Nuove etichette per l’IA: ma serve spirito critico
Editoriale di Giulia Olivato, pubblicato sul quotidiano L’Adige, 29 Agosto 2026
Una voce al telefono, un operatore in chat, il video di un discorso controverso di un personaggio pubblico. Distinguere l’umano dall’artificiale è un esercizio di intuizione sempre più difficile ma allo stesso tempo sempre più necessario. Senza di esso, si nutre la polarizzazione dell’opinione pubblica, colpendo prima di tutto le persone più fragili, prive di tutele e strumenti per comprendere e rispondere alle innovazioni tecnologiche.
Ora la distinzione dovrà essere finalmente più chiara. Da questo mese sono diventati applicabili alcuni obblighi di trasparenza previsti dall’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale. Chatbot e agenti virtuali devono, nell’interazione con i cittadini, dichiarare subito la propria natura artificiale. Allo stesso modo, immagini, audio e video generati o modificati sinteticamente devono essere chiaramente etichettati e riconoscibili. I sistemi invece già esistenti dovranno adeguarsi entro il 2 dicembre 2026.
Quello che si è compiuto è un passo necessario, ma non è sufficiente ad azzerare il rischio di manipolazione. Un’etichetta ci dirà che un’immagine è artificiale, ma non spiega perché sia stata prodotta, chi la stia diffondendo o se il suo messaggio sia affidabile. La trasparenza aiuta a calibrare la fiducia, ma non sostituisce la responsabilità di chi pubblica né tantomeno il nostro spirito critico: è un pezzo del puzzle, non una garanzia di verità, e non può diventare l’alibi per scaricare responsabilità sull’utente finale.
Questo passaggio, seppur importante, ci mostra anche un’altra faccia della politica europea sull’IA: mentre l’impatto dell’intelligenza artificiale sui diritti delle persone è una realtà già presente, le tutele legali più forti vengono rinviate al futuro. È stata infatti posticipata l’applicazione delle norme previste per i sistemi considerati ad alto rischio per i diritti delle persone (ad esempio, quelli che possono incidere sull’accesso al lavoro, all’istruzione o a servizi essenziali o incorporati in prodotti regolamentati come i dispositivi medici).
Questo slittamento è stato motivato dalla necessità di dare a imprese e pubbliche amministrazioni il tempo di strutturarsi e adeguarsi a norme tecniche ancora in elaborazione . Ma il messaggio che ne deriva è evidente e inquietante: l’Europa procede a due velocità, congelando le garanzie più stringenti a difesa dei diritti fondamentali della persona, mentre l’IA si diffonde a ritmi frenetici nelle aziende, negli uffici e nella società.
È in questo vuoto normativo che la formazione cessa di essere un vezzo per specialisti e diventa uno strumento a difesa della democrazia. Se la legge rinvia i controlli, l’unica difesa immediata è l’alfabetizzazione critica (AI literacy). Serve una vera cultura delle competenze per formare cittadini consapevoli e professionisti capaci di governare l’innovazione. In questa direzione opera la missione AI Compliance di FBK, a supporto dello sviluppo di un’intelligenza artificiale affidabile, insieme a importanti iniziative quali la prima Summer School “AI + DATA: Practice & Law”, organizzata a giugno da FBK con il Centro OCSE di Trento e che ha attirato l’interesse di partecipanti provenienti da imprese, pubbliche amministrazioni, università e organizzazioni internazionali. Al centro non soltanto la conoscenza delle norme, ma anche la costruzione di un linguaggio comune.
Dunque, l’IA dovrà, in molti casi, dichiararsi. Ma la trasparenza formale è un’illusione burocratica se non è accompagnata dalla responsabilità politica e sociale. E la difesa delle nostre libertà non nasce da un’etichetta, dipende dalla capacità delle organizzazioni di conoscere gli strumenti che sviluppano e usano e da quella dei cittadini di interrogarli criticamente.
Ora sappiamo quando stiamo interagendo con un sistema di intelligenza artificiale; la domanda successiva da porci come società è: chi lo ha scelto, per quale scopo, con quali verifiche e controlli?