Una foresta di saperi da esplorare e condividere
Le giornate dell'evento FoReSt, che si è svolto a fine ottobre nella sede FBK-ISR a Trento, sono state dedicate a giovani ricercatrici e ricercatori per favorire il dialogo interdisciplinare e la condivisione dei loro lavori accademici. In programma, oltre a sessioni seminariali e workshop, anche spazi di confronto e crescita, nonché momenti di divulgazione, come l'appuntamento aperto al pubblico "Casse di risonanza", dedicato alle modalità con cui il sapere accademico può essere comunicato nell’ecosistema digitale contemporaneo. In questa occasione abbiamo incontrato il dottorando Accursio Graffeo, che sta conducendo una ricerca sui cosiddetti "nuovi movimenti religiosi" legati all'intelligenza artificiale. Lo abbiamo intervistato per saperne di più e per ispirare altri giovani grazie al suo percorso
In questo momento stai svolgendo un dottorato nazionale. Quali sono le peculiarità di questo percorso?
Sto svolgendo il Dottorato di interesse nazionale in Studi religiosi (Drest), di cui sto ultimando il secondo anno. Questa tipologia di dottorati è stata attivata solo da pochi anni. Il Drest coinvolge un consorzio di 32 università e centri di ricerca del territorio italiano, di cui l’Università di Modena e Reggio Emilia (Unimore) rappresenta la sede centrale e amministrativa. Il nostro dottorato è diviso in sei curricula: buddhismo, cristianesimo, islam, diritto e religioni, ebraismo e transdisciplinarietà. La mia ricerca rientra in quest’ultimo, “Transdisciplinarietà e ricerca di frontiera tecnologica”, un curriculum che lascia spazio ad approcci di ricerca poco battuti e che accoglie competenze che abbiano a che vedere con l’area dell’IA, dei big data e del patrimonio culturale. Attorno a Unimore ruotano poi le diverse sedi universitarie italiane presso cui ognuno di noi è “incardinato”. Ad esempio, la mia sede di dottorato è l’Università di Torino, che è anche l’università presso la quale ho conseguito la laurea magistrale in antropologia culturale. All’inizio non è stato semplice orientarsi nella complessità di un dottorato, uno nazionale in particolare. Posso però dire di essere soddisfatto di questa esperienza. Il nostro dottorato porta inevitabilmente a doversi immaginare all’interno di un contesto più ampio, in una dimensione di apertura e collaborazione interdisciplinare a livello nazionale e internazionale.
Nonostante le distanze e le diverse sedi di incardinamento, ritengo che si siano anche create connessioni interessanti all’interno del Drest, con una reale idea di gruppo e un certo senso di appartenenza. È sempre molto piacevole ritrovarsi quando accade, oppure mantenere i contatti aggiornandosi rispetto ai propri percorsi di ricerca, oppure ancora supportandoci di fronte a questioni da risolvere, scambiando consigli e suggerimenti. Nella mia esperienza diretta ho potuto anche sperimentare la nascita di alcuni progetti condivisi: articoli, panel, organizzazione di eventi e convegni.
Di quale tematica ti stai occupando?
Il mio progetto di ricerca rientra nel campo dei religious studies. Nello specifico sto conducendo una ricerca di stampo etnografico seguendo tre (cosiddetti) “nuovi movimenti religiosi” (Nmr) legati all’intelligenza artificiale. Sulla definizione di Nmr sarebbero necessarie diverse precisazioni, ma il discorso diverrebbe molto più lungo e complesso. Si tratta di movimenti che negli scorsi tre anni circa hanno ricevuto una consistente attenzione mediatica, e in parte accademica, perché si sosteneva che “adorassero” l’intelligenza artificiale o ne fossero direttamente influenzati in termini di culto e di pratiche. I tre movimenti sono influenzati in misura diversa dalle idee del transumanesimo e, almeno un paio di loro, affondano il proprio immaginario estetico nel mondo cinematografico, della fantascienza e del cyberpunk. Durante la mia ricerca ho potuto intervistare i fondatori, ma anche le persone che con essi hanno avuto o hanno a che fare direttamente. La mia idea è di ricostruire dall’interno un reale percepito di queste realtà, per arrivare poi a capire quali istanze concrete del contemporaneo abbiano condotto a delineare quel tipo di immagine iniziale nell’immaginario pubblico. Quello che sto rilevando è che forse occorrerebbe narrare una storia leggermente differente da quella che è stata restituita finora, non solo a livello mediatico ma anche accademico.
Qual è il valore aggiunto di poter condurre la tua ricerca presso il Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler?
Penso che il valore aggiunto dato dal condurre la mia ricerca in FBK-ISR sia molteplice. Innanzitutto, l’alto livello di preparazione e competenza di tutte le colleghe e colleghi che fanno parte del team del Centro per le Scienze Religiose. Credo che sia un privilegio poter avere uno spazio di confronto e scambio, durante riunioni, convegni, seminari o momenti informali, con così alti profili accademici e con quella raffinatezza di pensiero. Inoltre, FBK-ISR ha mostrato di accogliere molto volentieri proposte e iniziative da parte dei suoi membri e collaboratori. Questo è senza dubbio un forte incentivo, che incoraggia a mettersi in gioco in modo sempre più diretto con progetti, proposte e iniziative.
In questi anni, anche grazie al Drest, si è poi venuto a creare una sorta di “team nel team” di ricercatori/dottorandi che ha aperto ulteriori spazi di riflessione e sviluppo: non è un caso che da questo “sottogruppo” sia nato FoReSt e speriamo che altre iniziative seguano nel prossimo futuro. Anche i colleghi e le colleghe tirocinanti di FBK-ISR stanno conducendo ricerche molto interessanti, solo per citare coloro con cui è stato ideato FoReSt: Rebecca Sabatini si occupa di esplorare le intersezioni tra religione e patrimonio culturale, studiando l’esposizione dei resti umani cattolici non reliquiari, G. Diana Apostica si propone di indagare la tensione tra la dimensione teologica e tecnologica della procreazione all’interno dell’ortodossia ebraica, mentre Tommaso Ropelato si sta occupato di elaborare il Value-Sensitive Consent (VSC), un modello che ripensa il consenso informato come pratica relazionale e orientata ai valori, integrando prospettive religiose e culturali nella bioetica contemporanea.
Qual è stata la tua formazione prima del dottorato e quando è nata l’idea di occuparti di ricerca?
Esiste una primissima parte della mia carriera in cui ho studiato scienze dell’educazione e ho lavorato per diverso tempo in ambito sociale – negli ultimi anni soprattutto su due versanti: tutela minori e social empowerment. Ho poi conseguito una laurea magistrale in antropologia culturale ed etnologia (mia vera passione) presso l’Università di Torino, attraverso la quale mi sono poi incanalato nel percorso in cui sono ora. Nel 2022 ho poi avuto la fortuna di poter pubblicare la mia tesi, rivista in forma di monografia, per una casa editrice torinese. Religioni e complessità è il titolo del volume, ed è a tutti gli effetti il primo libro che ho dato alle stampe nella mia carriera accademica, ma anche nella mia vita in generale. Il testo analizza il lavoro dell’antropologo piemontese Enrico Comba, purtroppo scomparso durante la prima ondata di Covid-19. Comba, oltre a essere stato docente a Torino, si è occupato di popoli nativi americani, sciamanismo e rapporto uomo-animale, tra le altre cose. Sono tutti temi che hanno da sempre attirato la mia attenzione e scriverne pensando al lavoro di Comba, che fu anche un mio docente, mi è sembrato piuttosto naturale, oltre a essere stata un’esperienza immersiva molto importante. L’idea di occuparmi di ricerca nasce e matura proprio durante la preparazione del libro nella sua veste editoriale. Durante quella lunga fase di revisione e ridefinizione di alcune parti ho avuto anche modo di scrivere e pubblicare un paio di articoli su due riviste scientifiche. Dalle conclusioni di quel volume e dal ragionamento che ho messo in campo sul rapporto con la/le alterità è nata l’idea del mio progetto di dottorato. Il desiderio di occuparmi di ricerca nasce proprio da lì: dalla combinazione tra piacere legato all’approfondimento e alla scrittura combinato con la soddisfazione, la spinta e l’incoraggiamento dati dai riscontri positivi che ho potuto raccogliere. Credo che sia un privilegio poter fare ciò che sto facendo e sono consapevole che il cammino non sarà sempre agevole. Vi è forse una certa dose di incoscienza nel volersi occupare di ricerca, soprattutto oggigiorno? Non saprei dirlo, riesco però a percepire il valore di quanto sto facendo, e lo sprone continuo è quello di far sì che si possa essere realmente efficaci e impattanti anche all’esterno dell’accademia o dei soli ambiti di ricerca.
Qual è stato l’obiettivo dell’evento Forum on Religious Studies – FoReSt 2025 che avete organizzato a Trento e come è stato realizzato il progetto?
FoReSt nasce in seno al gruppo di tirocinanti del Centro per le Scienze Religiose di FBK. Il progetto è stato ideato e realizzato insieme alle colleghe Rebecca Sabatini, Georgiana Diana Apostica e al collega Tommaso Ropelato, che mi aiuteranno nella risposta a questa domanda. Condividiamo tutte e tutti l’esperienza del Drest e forse questo ha agevolato sia la facilità di lavorare insieme, sia l’emersione di necessità comuni in relazione al nostro percorso dottorale, formativo e di ricerca. FoReSt nasce dal bisogno, in qualità di dottorande e dottorandi, di avere uno spazio dedicato di approfondimento, scambio e dialogo. L’idea è stata creare uno spazio partecipato all’interno del quale poter discutere nel dettaglio alcune tematiche che fossero di forte interesse per le specifiche ricerche che ognuna/o stava conducendo, fossero esse dottorali o legate ai primi passi della carriera in qualità di giovani ricercatrici o ricercatori. Per fare questo abbiamo pensato che potesse essere utile e interessante “capovolgere” la consueta struttura seminariale degli incontri accademici, creando una sorta di discussione aperta tra “nuove leve” e ricercatrici/ricercatori/docenti strutturate/i, in cui anche il pubblico partecipante potesse essere parte attiva della costruzione del dialogo e dei contenuti che circolano. Abbiamo chiamato queste sessioni “Camera”. Il programma del Forum prevede inoltre presentazioni, keynote e workshop.
Perchè avete deciso di organizzare anche un momento pubblico dedicato alla comunicazione della ricerca?
Abbiamo pensato che fosse importante prendersi cura anche degli aspetti più divulgativi e di comunicazione della ricerca. In ambito accademico si può correre il rischio che le analisi e i prodotti di studi anche importanti non arrivino in modo efficace al resto del pubblico, che in fondo è anche il nostro committente. Pertanto, FoReSt ha anche il duplice obiettivo di “comunicare la ricerca”, di far uscire al di fuori delle mura accademiche il sapere prodotto, così da poter arrivare a un’audience più ampia. È per questo motivo che abbiamo voluto creare un momento di comunicazione e divulgazione accessibile, al di fuori del centro di ricerca, nei locali di Palazzo Benvenuti in centro a Trento, grazie anche all’accoglienza di Banca per il Trentino-Alto Adige/Bank für Trentino-Südtirol.
È importante sottolineare come, una volta ideata la proposta, abbiamo avuto la fortuna di poter usufruire fin da subito dell’approvazione e del sostegno del nostro direttore, Massimo Leone, e della collaborazione e dell’apporto di tutte le colleghe e di tutti i colleghi senior del nostro centro di ricerca. Lo stesso si può dire per quanto riguarda la Banca per il Trentino-Alto Adige/Bank für Trentino-Südtirol, che ha accolto in modo entusiasta l’idea di una giornata pubblica presso di loro.
La preparazione di questo evento, che si è avvalso del supporto fondamentale della nostra segreteria, ha richiesto il lavoro coordinato di circa un anno: FoReSt in qualche modo rappresenta la sintesi delle istanze comuni emerse nel nostro gruppo ristretto che però, come abbiamo potuto constatare dalla risposta favorevole e calorosa in alcuni casi, è forse andata a intercettare un bisogno sentito tra giovani ricercatori e ricercatrici. Pensiamo che queste esigenze, divenute poi risposta concreta e tangibile nella forma del Forum, abbiamo avuto modo di emergere anche grazie al carattere nazionale e particolare del nostro dottorato. Un dottorato che ti “obbliga” a dialogare in contesti multidisciplinari e a trovare punti di contatto con altri campi del sapere e modalità di diffusione e valorizzazione del proprio lavoro.
Cosa consiglieresti a giovani studenti che stiano pensando di intraprendere un percorso di dottorato e ricerca negli ambiti contemplati dal Centro per le Scienze Religiose FBK-ISR?
Consiglierei di iniziare a riflettere fin da subito su quali siano i propri reali campi di interesse, senza però precludersi alcuna possibile “via alternativa”. Se ripenso al percorso che mi ha portato a entrare nel Drest, non avrei mai immaginato di arrivare a occuparmi di intelligenza artificiale partendo da un interesse preponderante per le tradizioni native e per le declinazioni del rapporto uomo-animale, uomo-natura. Eppure, quel percorso e la scrittura del progetto proposto per il dottorato, mi è sembrato quanto di più naturale potessi delineare. Si è trattato di un flusso di ragionamento continuo attorno al concetto di rapporto con l’alterità, che mi ha fatto pensare di dovermi occupare di IA e di quei movimenti che a questa si riferiscono. Credo che un insegnamento di questa mia vicenda possa essere: lasciare aperte le porte al possibile, anche in merito ai campi di ricerca.
A questo mi sentirei di aggiungere un’altra considerazione. Per quanto poca possa essere l’esperienza lavorativa o di studio o personale di un giovane studente o di una giovane studentessa, inviterei a non sottovalutare l’importanza e la spendibilità di quanto raccolto. Credo che la versatilità e la possibilità di tenere a sé anche conoscenze e competenze maturate in altri ambiti, siano un patrimonio personale che non vada trascurato.
FBK-ISR ha assunto un forte carattere di apertura alla intercambiabilità dei saperi e delle competenze e credo, pertanto, che possa essere utile mettere in gioco la propria persona e la propria figura di ricercatore non solo nello specifico del proprio sapere e della propria pertinenza, ma anche “dandosi da fare” in più vesti o lasciandosi ingaggiare in progetti che diano ampio respiro al proprio essere parte del gruppo di ricerca.
Credo che sia fondamentale dare valore non solo agli esiti del lavoro di costruzione del proprio campo di competenza, ma anche al processo attraverso cui lo si va a delineare. Sono convinto che sia importante poter mettere insieme diversi tipi di esperienze, anche quelle che esulano dalla stretta pertinenza ai propri argomenti di ricerca. Un’istituzione, come ad esempio FBK, è anche un ente che vive una vita complessa, fatta di tanti equilibri. Ritengo che sia molto utile tenere a mente che questi esistono e che non sarebbe male riuscire a riservarsi uno spazio per esplorarli, per capire quali organi, quali meccanismi, quali rappresentanze entrano in campo per la vita e la gestione di una università o di un centro di ricerca. Penso che sia utile prendersi cura della costruzione del proprio curriculum anche da questo punto di vista.
Infine, capiterà spesso di sentirsi dire che il cammino che si sta intraprendendo è difficile, che i posti sono pochi, che i soldi sono sempre meno. Quello che posso suggerire è di andare oltre tutto ciò. Queste sono informazioni che sappiamo già nel momento in cui ci mettiamo in gioco in un percorso di studi orientato alla ricerca. Sono informazioni già note, quindi non sono informazioni che ci sono utili per progettare il nostro percorso. Proverei ad andare oltre, lasciando aperta la porta alla sorpresa che ne deriva ogni qualvolta accade che una nuova opportunità si apra, magari perché siamo stati noi caparbiamente a far sì che questa si aprisse.