Intelligenza Artificiale e Libertà Religiosa: diritti, etica ed innovazione
Cosa lega l’innovazione tecnologica e la libertà religiosa? Che tipo di relazione lega innovazione tecnologica, diritto e etica? Quali sono le domande che permettono di affrontare in modo critico le trasformazioni portate dalla pervasività delle nuove tecnologie anziché subirle?
Queste sono alcune delle domande che hanno fatto da filo conduttore al III forum sulla Libertà religiosa dedicato a “Intelligenza Artificiale e Libertà Religiosa: diritti, etica ed innovazione” organizzato dal Dott. Davide Dionisi il 27 novembre 2025 a Palazzo Chigi. L’incontro è parte di un progetto più ampio sulla Libertà religiosa affidato dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani a Davide Dionisi, suo portavoce, giornalista e inviato speciale del Ministero degli Esteri per la promozione della libertà religiosa e la tutela delle minoranze religiose nel mondo.
Alla tavola rotonda del Forum hanno partecipato studiose, studiosi e rappresentanti religiosi: Padre Antonio Spadaro, Sottosegretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione; Imam Nader Akkad, Consigliere affari religiosi presso il Centro Islamico Culturale d’Italia – Grande Moschea di Roma; Svamini Shuddananda Ghiri, Vice Presidente dell’Unione Induisti Italiani; Maria Angela Falà, già Presidente dell’Unione Buddhista Italiana; Marta Petrosillo, Direttore Rapporto sulla Libertà Religiosa Aiuto alla Chiesa che soffre. La dimensione accademica e di ricerca è stata rappresentata da Beatrice Serra, Ordinaria di Diritto Canonico e Diritto Ecclesiastico presso l’Università Sapienza di Roma, da Debora Tonelli, ricercatrice FBK-ISR e Rappresentante della Georgetown University a Roma e da Fabio Bolzetta, docente presso l’Università Lumsa e Presidente dell’Associazione WebCattolici Italiani. La discussione è stata moderata da Davide Dionisi.
A inaugurare i lavori della tavola rotonda è stato un messaggio di Papa Leone XIV, inviato tramite il Card. Parolin e letto da Mons. Marco Malizia, Consigliere ecclesiastico e cappellano Maeci, in cui il Pontefice – da un lato – esortava a tener viva l’attenzione per la libertà religiosa e – dall’altro – a far sì che l’AI sia un valido aiuto per la società, nel rispetto della dignità e delle libertà fondamentali di ciascuno.
L’inviato speciale Davide Dionisi ha aperto la discussione soffermandosi sui rischi dei pregiudizi algoritmici e sulla necessità di proteggere i dati sensibili legati alle convinzioni religiose. Padre Antonio Spadaro si è soffermato sulla novità di AI che, a differenza di altre innovazioni tecnologiche, non svolge un ruolo meramente strumentale ma configura un nuovo ambiente che dobbiamo saper abitare con discernimento e ha evocato la possibilità di un Sinodo interreligioso attraverso il quale le diverse fedi possano camminare insieme per affrontare le sfide che si pongono loro dinnanzi. L’Imam Nader Akkad ha sottolineato l’importanza del ruolo decisionale dell’essere umano, rispetto a ogni forma di algoretica, mentre Svamini Shuddhananda Ghiri e Maria Angela Falà hanno evidenziato il ruolo dell’educazione spirituale e interiore. Un punto di vista sull’attualità è stato offerto da Marta Petrosillo, mentre Beatrice Serra ha approfondito la dimensione giuridica della sfida tecnologica e Fabio Bolzetta ha affrontato le sfide che AI pone alla comunicazione e trattato l’ecosistema digitale.
Numerosi motivi hanno reso questo forum particolarmente interessante: il consolidamento di una tradizione dedicata alla riflessione sulla libertà religiosa da parte delle nostre Istituzioni politiche, la costruzione di un dialogo tra religioni per riflettere insieme sulle sfide tecnologiche contemporanee, il coinvolgimento di figure istituzionali di elevato profilo, facilitando così il potenziamento di questo itinerario all’interno delle loro istituzioni e tradizioni, la novità delle riflessioni proposte.
Di seguito riportiamo l’intervento di Debora Tonelli, ricercatrice presso FBK-ISR e Rappresentante della Georgetown University a Roma:
“Ogni parola utilizzata nel titolo di questa tavola rotonda evoca orizzonti concettuali che hanno più di una storia: esse, infatti, da sempre appartengono a culture diverse che, in modi diversi, le hanno interpretate. La congiunzione “e” che nel titolo unisce i due blocchi concettuali “intelligenza artificiale” e “libertà religiosa” non esprime una polarizzazione tra i due, ma una relazione che induce a chiedersi in che modo l’innovazione tecnologica abbia a che fare con la libertà religiosa. Due ambiti apparentemente distanti tra loro: quello tecnologico, che finora ha assolto un ruolo strumentale volto a migliorare l’attività umana e quello religioso che, da sempre, costituisce l’orizzonte in cui il mistero è il luogo che apre alla domanda di senso dell’umano, della vita, del cosmo, della morte.
La congiunzione “e” che le unisce nell’incontro di oggi mi sembra possa riferirsi a una sorta di travaso tra le due, un’invasione di campo in cui la posta in gioco è la concezione antropologica che sottende entrambe. Ed è su questo punto che vorrei soffermarmi.
Se, da filosofa, mi interrogo sull’umano, da teologa cristiana mi interrogo su Dio e sulla relazione tra Dio e l’umano. Tradizioni religiose diverse – come abbiamo ascoltato poco fa – interpretano in modi diversi lo spazio in cui il mistero della vita e della morte si compie. In tutte, però, la sacralità del mistero è ciò che apre alla domanda, anzi, alle domande ultime, fondamentali, che l’essere umano è chiamato ad accogliere e rispetto alle quali deve prendere posizione. La posto in gioco è il senso stesso della propria vita e la possibilità di vivere in modo compiuto la propria umanità. Tutto questo oggi è messo in discussione da alcune nuove tecnologie che stanno modificando l’orizzonte entro il quale l’uomo si pone e affronta le domande di senso.
Le recenti innovazioni tecnologiche hanno pervaso ogni aspetto della vita quotidiana, non limitandosi ad accelerare alcune attività – secondo quanto già rilevato da Harmut Rosa – ma a modificarle o a crearne di nuove. Soprattutto attraverso l’intelligenza artificiale, esse stanno dando forma ad una nuova concezione dell’umano, ne stanno modificando le abitudini, le modalità di relazione e di interazione con il mondo circostante e persino i modi di comprendere se stesso e la realtà esterna. Studi recenti mostrano che – per la prima volta da quando viene misurato – il quoziente intellettivo umano è in decrescita. Questo perché le nuove tecnologie impattano non solo il ragionamento astratto, ma anche la flessibilità dei nostri neuroni, nel caso specifico, bloccandola o riducendola al punto da renderci meno intelligenti dei nostri nonni.
Andando indietro nel tempo, solo a prima vista l’impatto provocato dai cambiamenti innescati dalle nuove tecnologie e dall’intelligenza artificiale somiglia a quello vissuto in Europa durante la rivoluzione industriale. Anche allora, infatti, la tecnologia doveva liberare l’essere umano dalla fatica, dalla superstizione e condurlo verso un’esistenza migliore. La promessa, mantenuta solo in parte, rese l’essere umano prigioniero del suo stesso progresso. L’alienazione sociale dei lavoratori, l’acuirsi delle diseguaglianze sociali, la produzione di armi di distruzione di massa, la mercificazione di ogni aspetto della vita furono alcuni dei sintomi più eclatanti che spinsero Horkeimer e Adorno a fondare la Scuola di Francoforte sollecitati da un’unica e forte domanda: come siamo arrivati a questo punto? Quella razionalità che doveva essere origine e strumento di liberazione e di progresso non è stata in grado di mettere gli esseri umani nella condizione di saper gestire nessuna delle due, né la libertà né il progresso. Arte, letteratura, storia, mito, economia furono alcuni degli ambiti attraverso i quali i membri della Scuola cercarono di rispondere a quella domanda, mentre la società viveva profonde trasformazioni.
Oggi, l’impatto delle nuove tecnologie non si limita ad acuire le sfide esistenziali provocate dalla rivoluzione industriale, ma sta riconfigurando l’orizzonte di senso entro il quale gli esseri umani costruiscono la propria identità personale e comunitaria, elaborano i criteri di giudizio, abbracciano valori, affrontano le questioni ultime – come il senso della vita e della morte. Come ha ben evidenziato il filosofo e psicanalista argentino Miguel Benasayag, l’alternativa di fronte alla quale l’essere umano si trova oggi è tra “funzionare” o “esistere”, tra l’adeguamento al nuovo assetto mentale e sociale prodotto dalle nuove tecnologie e la centratura del proprio sé, che pretende consapevolezza, discernimento, valori. Allo stesso tempo, però, non possiamo ritenere che l’innovazione tecnologica e l’intelligenza artificiale siano di per sé un male, piuttosto esse ci sfidano ad una nuova comprensione della libertà e della consapevolezza di noi stessi.
Dalle stanze multifide disponibili in alcuni aeroporti europei, in cui le nuove tecnologie permettono di volta in volta di ricreare lo spazio sacro della tradizione religiosa di chi le fruisce, ai robot impiegati per l’assistenza dei malati, dai monaci robot che in Cina guidano la preghiera in un tempio buddista ai Gosthbot che permettono la sopravvivenza del “caro estinto” per facilitare il percorso di distacco di coloro che vivono il lutto, le domande che sorgono tra questi estremi sono numerose. Il modo in cui reagiamo o giudichiamo queste nuove realtà varia profondamente a seconda del contesto culturale di provenienza e le domande che sorgono – molto spesso – dicono più qualcosa di noi che non del fenomeno che stiamo analizzando, per fare un esempio: se, in Occidente, immaginare di costruire un robot che celebri la Messa è impensabile, i buddisti non hanno esitato a costruire il robot Xian’er (presso il monastero di Longquan in Beijing) che guida la preghiera nel Tempio, attribuendogli un maggiore grado di purezza rispetto all’essere umano, come documentano gli studi di Travagnin.
Ancora più radicale è la sfida rappresentata dai Gosthbot, finalizzati ad accompagnare i vivi nel distacco dai defunti: l’obiettivo di questo artefatto tecnologico è aiutare i vivi nell’elaborazione del lutto, fino a quando si sentiranno pronti a lasciar andare il defunto. Il trauma del distacco, a volte improvviso, sicuramente fonte di profonda sofferenza, viene diluito, per così dire, attraverso un percorso su misura di chi rimane. La sofferenza è giudicata in questo caso come qualcosa di esclusivamente negativo e non più – anche – come risorsa rigenerante che permette di trovare nuove energie interiori. Il rischio è quello della selezione di ciò che è bene o male per l’essere umano, basata sul sintomo più che sul ruolo che qualcosa (in apparenza negativa) svolge all’interno della totalità dell’umano.
Più radicale è l’evoluzione del Gosthbot teorizzata da Hurtado con il Virtual Deceased Person in cui, già da vivi, si contribuisce a creare il proprio duplicato digitale che sopravviverà all’identità biologica e continuerà a partecipare alle interazioni sociali e ad impattare su di esse. Si spingono oltre Sparrow e Zhang, che ipotizzano la resurrezione digitale degli antenati, con la loro conseguente partecipazione alla vita sociale.
Se le stanze multifede sono il frutto del riconoscimento del pluralismo religioso e rispondono all’esigenza di avere luoghi per coltivare la propria spiritualità anche mentre si è in viaggio, la thanatechnology tocca una dimensione esistenziale più profonda, per la quale non esiste una risposta unica.
Di fronte alla sfida globale delle nuove tecnologie, non esistono, però, risposte globali: ciò significa che culture diverse individuano problematiche diverse, anche in relazione ad uno stesso ambito di riferimento come, per esempio, quello religioso e adottano strategie diverse.
Una sfida nella sfida è, quindi, gestire la pervasività globale delle nuove tecnologie senza tradire le specificità dei contesti culturali in cui queste concretamente si attuano. È chiaro che la tensione tra la dimensione globale e quella locale provoca inevitabilmente dei cambiamenti, anche profondi, nei contesti specifici e richiede nuovi equilibri.
Nel tentativo di superare i limiti biologici della vita e le proprie angosce esistenziali, l’intelligenza artificiale propone forme di esistenza sostitutive, volte a superare quei limiti e ad evitare la necessità di far fronte a quelle angosce, ma senza risolverle. Cosa temiamo, veramente, nel cercare di evitare quanto appartiene alla nostra natura? Come cambierebbe la concezione di noi stessi se diventassimo immortali? L’immortalità sarebbe da sola in grado di dirci il senso della vita, di svelare – cioè – quel mistero che apre all’umano come domanda?
L’impressione è che questa nuova religione dell’intelligenza artificiale, i cui sacerdoti professano il potenziamento umano e il superamento dei nostri limiti, non sia in grado di andare oltre la meccanica dell’illusione e si nutra della paura del non senso, vero cuore del problema. Pertanto, il problema non è l’intelligenza artificiale in sé, ma le ragioni per le quali la indirizziamo verso determinati usi: l’incapacità di distinguere tra ciò che nel progresso tecnologico è di supporto alla vita umana e ciò che, invece, si sostituisce a quanto la rende tale non è solo un sintomo del progresso, ma dell’incapacità di discernere ciò che siamo da come funzioniamo. I limiti biologici non privano il soggetto dell’esperienza della propria morte né offrono strumenti di senso, mentre gli strumenti digitali contribuiscono a costruire l’illusione della sua permanenza tra i vivi: l’angoscia viene allontanata, ma non risolta, lo spazio dell’esistenza viene illusoriamente dilatato ma non colmato.
Seppure in futuro i dispositivi digitali potranno allontanare il più possibile la morte biologica, non saranno in grado di rispondere alla domanda sul senso della vita, sul perché del cosmo e così via. In questi tentativi di sostituirsi a “Dio” emerge l’incapacità di abitare quel vuoto in cui si apre il mistero della domanda ed è proprio lì, invece, che dovremmo incamminarci, perché l’intelligenza umana è anzitutto capacità formulare le domande – soprattutto quelle scomode – e la libertà di scegliere il nostro orizzonte di senso – sia esso religioso, virtuale o digitale – non può realizzarsi senza consapevolezza. La vera questione non è libertà di vivere per sempre e di superare la morte, ma a quale domanda di senso tale tentativo risponde, o a quale paura, e come abiteremo quella vita senza fine. L’illusione di poter duplicare e potenziare la dimensione del reale attraverso le tecnologie spinge a vivere come reale/vero/esistente ciò che, illudendo, elude la sfida del senso, l’unica che ci rende umani l’unica parte di noi stessi che dovremmo potenziare.”
