Chiarezza come responsabilità. Il futuro della comunicazione della scienza
Le “Predictions for Journalism”: non futurologia, ma segnali delle tensioni che attraversano l’informazione al centro dell'editoriale di fine anno di Claudio Ferlan, Direttore di FBK Magazine
Da oltre un decennio il Nieman Journalism Lab, osservatorio della Nieman Foundation di Harvard, propone a fine anno una rassegna ormai consolidata nel dibattito internazionale sull’informazione: le Predictions for Journalism. Non si tratta di esercizi di futurologia, quanto di una raccolta di riflessioni che permettono di osservare, in controluce, le trasformazioni già in atto nel giornalismo contemporaneo. In sintesi, le previsioni funzionano come indicatori delle tensioni che attraversano il campo dell’informazione e ne orientano l’evoluzione.
L’edizione delle previsioni relative al 2026 riunisce oltre duecento contributi, firmati da giornalisti, editor e studiosi dei media. Visto il numero dei contributi, pare evidente come sceglierne solo alcuni sia un esercizio tutto sommato arbitrario: l’importante è saperlo. Ne scegliamo, consapevolmente, solo due, con l’idea di utilizzare questo ricchissimo link come guida per la riflessione nel corso dell’intero anno che ci aspetta. Le scegliamo alla luce della loro rilevanza per chi si occupa di comunicazione della scienza e di intelligenza artificiale; perché toccano nodi strutturali che investono anche il modo in cui il sapere scientifico viene raccontato nello spazio pubblico. E dunque… perché interessano FBK Magazine.
La prima è firmata da Davey Alba, giornalista che da anni si occupa del rapporto tra intelligenza artificiale, tecnologie digitali e informazione, e riguarda il ruolo dell’IA nella produzione dei contenuti. Secondo Alba, nel prossimo futuro l’intelligenza artificiale produrrà una quantità di testi superiore a quella generata dagli esseri umani. In un ecosistema informativo già sovraccarico, questa dinamica non riguarda soltanto contenuti di scarsa qualità, ma coinvolge l’intero spazio della comunicazione, compreso quello dell’informazione giornalistica. Per questo, il valore del giornalismo tende a spostarsi dalla produzione alla selezione, dalla scrittura alla capacità di valutare e dare senso. Per la comunicazione della scienza, il problema è evidente. La ricerca scientifica genera oggi una mole crescente di studi, dati e risultati preliminari. La difficoltà non sta nell’aumentare ulteriormente i testi disponibili, ma nel riconoscere quali informazioni meritino attenzione, come vadano collocate e con quali cautele possano essere presentate. L’automazione della scrittura rischia di accentuare una tendenza già diffusa: la circolazione di spiegazioni formalmente corrette, ma prive di una gerarchia interpretativa e di un chiaro contesto.
La seconda previsione è firmata da Garry Pierre-Pierre, giornalista statunitense vincitore del Premio Pulitzer e fondatore di The Haitian Times, una testata attenta al rapporto tra informazione, comunità e utilità pubblica. Pierre-Pierre riflette sul fatto che una parte crescente del pubblico non cerca tanto articoli nel senso tradizionale del termine, quanto strumenti che aiutino a orientarsi. In un ambiente informativo saturo, l’articolo non rappresenta più necessariamente la forma più efficace per rispondere a un bisogno di comprensione. Questo punto tocca il cuore della comunicazione scientifica, che ha tra i propri fondamentali obiettivi la riduzione della complessità. La scienza si sviluppa lungo percorsi fatti di ipotesi, verifiche, revisioni e incertezze. Comunicarla richiede un lavoro di mediazione che accompagni il pubblico nella comprensione di processi spesso complessi e non lineari. La chiarezza, in questo contesto, non coincide con la semplificazione, ma con la capacità di rendere intelligibile il carattere provvisorio della conoscenza e i suoi limiti.
Letti insieme, i due contributi mettono in evidenza una tensione centrale del presente: da un lato l’accelerazione nella produzione dei contenuti, dall’altro una domanda crescente di comprensione. Se l’intelligenza artificiale rende sempre più facile scrivere, il compito del giornalismo – e di quello scientifico in particolare – si sposta verso la mediazione, il giudizio e la responsabilità. Informare significa aiutare a interpretare i dati nel tempo e nel contesto appropriati, non semplicemente renderli disponibili. In questo spazio si colloca una possibile funzione rinnovata della comunicazione della scienza. Non come semplice trasmissione dei risultati della ricerca, ma come pratica culturale che accompagna il pubblico nella comprensione di un sapere complesso, spesso incerto e in continua trasformazione. In un mondo in cui i testi aumentano senza sosta, la chiarezza diventa una risorsa sempre più preziosa. E, per chi si occupa di scienza, una forma di responsabilità pubblica.