Elogio della fragilità e della solitudine
Una riflessione sul vuoto relazionale dei social network
Per anni i social network hanno accolto consensi per la loro capacità di creare connessioni tra persone tra loro distanti. Il tempo ha poi mostrato che essi non sono di per sé né un bene né un male, ma che hanno la capacità di sollecitare dimensioni diverse dell’essere umano, sia in modo positivo sia in modo negativo. Tutto dipende dal modo in cui l’utente vi interagisce e dal suo livello di attenzione e di consapevolezza.
Il dibattito che è sorto da questa nuova consapevolezza riflette la complessità della situazione: vengono infatti coinvolti diversi ambiti della vita umana e diversi attori, pubblici e privati. Difficile rendere conto nelle prossime righe di tale complessità e dei suoi contenuti, ma certamente l’utente è la figura che dovrebbe maggiormente interrogarsi sul modo in cui abita questo dibattito, ovvero con quale capacità di (auto)critica analizza la propria interazione con i social.
La questione non è cosa possiamo fare attraverso i social – e che senza di essi non avremmo potuto fare (per esempio ritrovare e contattare persone lontane, scambiarci informazioni, ampliare la rete dei contatti etc.) – ma cosa abbiamo delegato loro, che potremmo invece continuare a fare senza di essi. Ogni volta che vedo famiglie e comitive sedute al ristorante in cui i membri del gruppo continuano a usare i social invece di interagire con i presenti, mi domando quale sia lo spazio, la fessura che i social riempiono. Se scrollare i social sia diventato solo una banale abitudine, come giocare con i capelli o accarezzarsi la barba, o se invece questa abitudine dica qualcosa di noi. Solitudine, vuoto, noia sono fessure che istintivamente vorremmo evitare ma che nel momento in cui accettiamo di sostarvi sono in grado di restituirci qualcosa di noi, della nostra fragilità, dei nostri bisogni.
L’elemento distrattivo, la ricerca della novità e di un volatile entusiasmo che caratterizza il gesto di scrollare le pagine dei social dice che una parte di noi non vuole abitare quella fragilità e preferisce non sapere. Mi riferisco a quel “sapere di sé” in grado di restituirci una parte di noi. Così “seguire qualcuno sui social” significa inseguire la vita di qualcun altro, il quale ci sembra capace di nascondere quel vuoto, senza mai colmarlo. Allo stesso modo, farci seguire, guadagnare visualizzazioni e followers ci spinge a mostrare a chiunque quelle parti di noi stessi che, secondo noi, costruiscono un’immagine migliore di noi – certamente incompleta, per non dire fasulla. Tutta questa fatica, questo gioco di illusioni e di specchi, solo per poter sentire di “esserci”. Ma “esserci” per chi? E dove?
Attraverso i social il mondo si amplia, possiamo aggiungere connessioni, ma questo spesso ci distrae dalle relazioni. Poter essere ovunque, ci impedisce di essere qui e ora. Il rischio è lasciarsi rapire dall’avidità delle potenzialità. I social suggeriscono potenzialità infinite mentre la nostra corporeità e il nostro bisogno di relazioni significative per la nostra identità vanno nella direzione della profondità più che dell’estensione.
A guardar bene, il modo in cui utilizziamo i social è un’occasione per riflettere sul modo in cui abitiamo il nostro tempo, non nel senso di “epoca” ma di tempo vissuto, quotidiano, il tempo nostro e di come lo arricchiamo (o meno) di significato.
Se la ricerca di andare “oltre se stessi”, superando i propri limiti spazio-temporali può richiamare alla mente il superamento delle colonne d’Ercole, non tutti i superamenti sono in realtà dei miglioramenti né dei compimenti della propria natura. In alcuni casi “andare oltre” è dilatarsi, quasi un dissolversi, un disperdersi da sé stessi, una fuga. Dobbiamo allora soffermarci sul criterio con cui compiamo il superamento e sul fine che intendiamo perseguire. Non è quindi solo il “cosa” ma il “come” e il “perché”.
Viene in mente il sogno di Re Salomone, in cui Dio gli chiese cosa volesse, promettendogli di concedergliela. Il giovane sovrano, succeduto al padre Davide, si trova a capo di un popolo numeroso e risponde «Ti prego. Dammi la saggezza necessaria per amministrare la giustizia tra il popolo e per distinguere il bene dal male. Senza il tuo aiuto, chi è capace di guidare il tuo popolo, che è così grande?
La richiesta di Salomone piacque al Signore. Allora Dio gli disse:
— Non mi hai chiesto di vivere a lungo, di diventare ricco o di far morire i tuoi nemici. Mi hai chiesto invece di saper amministrare la giustizia. Farò come hai detto, anzi ti darò tanta sapienza e intelligenza, come nessuno ne ha mai avute e mai potrà averne (I Libro dei Re, 3, 9-13)»
Re Salomone è passato alla storia come un re sapiente, cioè in grado di discernere il bene dal male, di utilizzare gli strumenti adatti al raggiungimento dei propri fini, consapevole della propria umana finitezza e dell’importanza di osservare la Legge, donata da Dio al popolo per insegnargli a rimanere in vita (Esodo 19, 1-8) e non per cieca obbedienza.
La richiesta di Salomone parte dalla consapevolezza della propria fragilità, dei propri limiti, ma anche dalla solitudine del potere in quanto re del popolo. Fragilità e solitudine non lo portano, però, alla fuga, né lo rendono arrogante, ma lo inducono a sostare in questa condizione e a cercare l’aiuto migliore. Accogliere la propria fragilità è il primo passo per scommettere sulla fiducia. Il re si scopre uomo. La frattura diventa apertura, la mancanza diventa domanda. La sua richiesta è già espressione di quella saggezza che Dio moltiplicherà nel suo cuore: Salomone non chiede nulla per sé, ma per la responsabilità che esercita nei confronti del popolo. Il suo sguardo fa già la differenza. È questo sguardo a renderlo migliore, che non significa perfetto, infatti egli stesso chiede la saggezza del discernimento.
Abitare la solitudine, riconoscere il bisogno e la fragilità può essere il punto di partenza per interrogarsi sul senso della propria socievolezza e sui modi di soddisfarla, sul proprio modo di “riempire” il tempo, sul perché della costante ricerca di un “di più” che non necessariamente ci rende migliori e permette lo sviluppo integrale della nostra persona. Il bisogno di essere visibili rischia a volte di essere una richiesta di conferma di esistenza, accontentandosi di uno sguardo fugace come quello che distrattamente elargiamo anche noi agli altri attraverso i social.