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“Fiumi e foreste. Katia Occhi racconta l’ultimo numero degli Annali ISIG”

7 Ottobre 2025

Il volume 2025-1 degli Annali dell’Istituto Storico Italo-Germanico di FBK è uscito nelle scorse settimane. Curato da Jawad Daheur e Katia Occhi, il fascicolo è dedicato a “Fiumi e foreste. Prospettive storiche sulle fluitazioni in Europa”. FBK Magazine ha dialogato con Katia Occhi per offrire uno sguardo più approfondito su questo tema.

Cominciamo da un termine poco familiare per chi non si occupa di storia ambientale o economica, “fluitazione”. Cosa intendiamo?

Così si definiva il sistema di trasporto dei legnami in tronchi, effettuato mediante la corrente dei corsi d’acqua. La fluitazione si suddivideva in libera e legata: nella prima i tronchi erano affidati alla corrente del fiume; quella legata era costituita dai tronchi legati in zattere e condotti da uno zattiere, chiamato anche menadàs o foderatore. Prima dell’industrializzazione, la fluitazione del legname era una delle attività economiche che hanno maggiormente modellato il paesaggio e trasformato gli ambienti, incidendo sulla morfologia e sulla vita di molte società del passato. Si trattava di un’attività praticata in condizioni ambientali proibitive e con grandi costi umani ed economici, ma l’unica a poter essere utilizzata in mancanza di strade.

Molti capitoli della storia raccontano di legami strettissimi tra fiumi e grandi civiltà.

È importante riflettere sul rapporto simbiotico tra le società umane e i fiumi che da sempre hanno condizionato la nascita e le forme degli insediamenti e l’evoluzione delle civiltà. Gli studi più recenti di storia ambientale hanno proposto degli approcci di ricerca in cui i corsi d’acqua possono essere analizzati come una sorta di “macchina organica” in cui il lavoro umano e quello naturale si intrecciano e si influenzano a vicenda, trasformando l’ambiente circostante attraverso l’irrigazione, la produzione di energia e lo sviluppo dei trasporti.

Da questa prospettiva, i fiumi e i torrenti possono essere studiati come nodi di “infrastrutture ibride” più complesse che hanno svolto un ruolo essenziale sia in contesti urbani che rurali. Almeno fino alla fine del XIX secolo, essi fornivano alle città vie di comunicazione privilegiate con le zone circostanti, consentendo di importare materie prime ed esportare prodotti manifatturieri o industriali. 

Per l’Europa mediterranea possiamo risalire ancora più indietro. Come documenta Plinio il Vecchio, nella Storia Naturale, scritta tra il 77 e il 78 d.C., sul Tevere era utilizzato un sistema di trasporto che poteva funzionare in modo naturale oppure grazie a sbarramenti artificiali, da lui chiamati piscinae (le chiuse).

Come è nata l’idea dell’ultimo numero degli Annali, che coinvolge studiosi europei di varia provenienza? 

L’idea è nata dalla call della European Society for Environmental History Conference dedicata a Mountains and Plains. Past, present and future environmental and climatic entanglements (Berna, 2023), per la quale ho organizzato un panel. Mi è sembrato un contesto idoneo a raccogliere un gruppo di studiosi e studiose che si stanno occupando di queste tematiche. Alcuni di loro sono intervenuti alla recente European History Conference di Coimbra per proseguire il confronto scientifico che ha dato vita a questo numero monografico.

Ci racconti qualcosa dei contenuti?

Bisogna fare una premessa per spiegare come sono stati scelti i saggi. Come noterà chi leggerà gli Annali, quasi tutti gli articoli si concentrano sulla fluitazione nei contesti montani, dalla Savoia alla Patria del Friuli, dal Trentino alla Galizia. È successo perché abbiamo maggiore documentazione su queste aree (testimonianze etnografiche, linguistiche, ecc.). A questo proposito, si può notare che la maggioranza degli studi storici riguarda proprio regioni in cui il trasporto fluviale era ancora praticato intorno alla metà del XX secolo (Alpi, Scandinavia) e talvolta negli anni ‘70 (Carpazi). Proprio il declino di questa attività nei corsi d’acqua europei tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, quindi prima dell’emergere della sensibilità ecologica negli anni ‘60, può spiegare la relativa scarsità di ricerche in questo campo nelle altre aree geografiche. Il nostro numero vorrebbe iniziare a colmare delle lacune.

Non si legge, però, di sola storia: anche la geografia gioca un ruolo da protagonista. 

In epoca preindustriale (e ancora oggi) il legname era un prodotto iconico dell’economia montana: veniva trasportato a valle in grandi quantità; in cambio arrivavano in montagna le derrate alimentari, essenziali per la sopravvivenza in zone dove lo spazio per la produzione agricola era insufficiente. Proprio per questo è importante attingere anche alla cassetta degli attrezzi dei geografi, ricorrendo alla cartografia o ai GIS (Geographic Information System) per ricostruire le reti commerciali, i luoghi e i sistemi di trasporto in uso all’epoca. Lo spiega bene il saggio di inquadramento di Nicolas Jacob-Rousseau che propone un approccio comparativo per analizzare specifiche strutture ingegneristiche, come le chiuse, che regolavano il flusso naturale dell’acqua in vari modi per facilitare l’esportazione del legname a valle. 

Fiumi, foreste, movimentazione della merce… è un tema storico o c’è un suo peso nell’attualità?

Come detto, a partire dalla metà del XIX secolo, con l’introduzione di nuove infrastrutture per i trasporti, in particolare con la ferrovia e la costruzione massiccia delle opere di regimazione idraulica, in Italia la fluitazione divenne una tecnica non più adeguata alle esigenze del mercato del legname che si stava spostando verso i grandi bacini forestali dell’impero asburgico e nell’Europa orientale, temi di cui si occupa il saggio del mio co-curatore Jawad Daheur, storico dell’École des hautes études en sciences sociales a Parigi. 

Oggi nessuno, o quasi, ha memoria della fluitazione. Ma alcuni luoghi dove era praticata sono stati riutilizzati per dare vita ad attività sportive come il rafting. Attualmente ci sono vari centri nelle Alpi in cui è possibile praticarlo, come ad esempio sui torrenti Avisio, Noce e Noana, solo per rimanere in Trentino. 

E poi ci sono i grandi successi degli sportivi impegnati in questo sport. Ricordiamo qui solo il recente Campionato del Mondo Junior & Under 23 di rafting che si è tenuto sulle acque della Soča (Isonzo), in Slovenia, dove la squadra Under-19 maschile “Italia 1” ha centrato un risultato straordinario: tre medaglie d’oro. Sul versante femminile, l’Italia ha ottenuto anche due straordinarie medaglie d’argento complessive, sia nell’Under-19 che nell’Under-23.

C’è altro, oltre allo sport?

Come detto, oggi nessuno ha memoria della fluitazione; fatta eccezione per gli storici e per paesi come la Birmania, dove viene ancora praticata nelle foreste tropicali, luoghi irraggiungibili con altri mezzi di trasporto. Ma nell’agenda della ricerca lo studio delle conoscenze e delle pratiche tradizionali ha acquistato nuovo interesse. Oggi esse sono considerate come un bene comune da tutelare e un sapere che può dire ancora molto a chi si occupa di ricerca sulle energie rinnovabili, sull’ecologia storica, sulla geografia umana e naturalmente sulla storia ambientale, come mostrano anche i recenti finanziamenti europei dedicati al ruolo cruciale del legname durante l’industrializzazione, a cui afferisce uno dei nostri autori Claudio Lorenzini. Proprio questo progetto ha consentito di cofinanziare l’open access del saggio firmato da Lorenzini e da me, Le fluitazioni del legname nelle Alpi orientali. Fra continuità e discontinuità (XV-XIX secolo).

Buona lettura!

 

Cover: Particolare di una zattera sul corso del fiume Adige nei pressi del borgo di San Martino e tre imbarcazioni sulla riva, dalla pianta prospettica della città di Trento di Franz Hogenberg (1581), pubblicata in Civitates Orbis Terrarum di Georg Braun, Colonia 1640 (David Rumsey Map Collection, David Rumsey Map Center, Stanford Libraries).


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