La storia per progettare il futuro
"Oggi più che mai, in un’epoca segnata dalle fake news e dalle paure per il presente e per il futuro, il lavoro degli storici comporta una forte responsabilità civile. Dobbiamo sentirci chiamati a dialogare con la società, a condividere saperi e a trasformare la conoscenza specialistica in un bene comune". La nostra intervista con Margherita Angelini, professoressa al Dipartimento di Studi classici, linguistici e della formazione delll’Università degli Studi di Enna “Kore”, sul tema della Settimana di Studio FBK-ISIG 2025
Prof.ssa Angelini, quali sono gli storici e le storiche che si sono particolarmente distinti per il loro impegno civile nel corso della seconda metà del Novecento in Italia?
Dopo la caduta del fascismo, la storiografia italiana è stata attraversata da una forte dimensione etica e civile. Molti storici hanno concepito la ricerca non solo come un’attività accademica, ma come una responsabilità nei confronti della società e della democrazia in costruzione.
Diversi studiosi hanno unito alla loro produzione scientifica un’intensa partecipazione alla vita pubblica. Ognuno di loro, da prospettive politiche e culturali differenti, ha interpretato la storia come strumento di formazione civica: da Federico Chabod a Enzo Collotti e Claudio Pavone, per citare solo alcuni dei nomi più noti.
Accanto a queste figure, emergono anche storiche di grande rilievo, come Bianca Ceva, protagonista della Resistenza e tra le fondatrici dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, o Franca Pieroni Bortolotti, che aprì la ricerca alla storia delle donne. Negli anni più recenti, storiche come Luisa Passerini e Anna Bravo hanno introdotto nuovi linguaggi e metodi, aprendo la disciplina a prospettive più plurali e inclusive.
In quali ambiti si è espresso, in particolare, questo impegno?
L’impegno civile di questi storici si è manifestato in molte direzioni. Anzitutto nel mondo delle istituzioni culturali e della ricerca, con la nascita di enti come gli Istituti per la storia della Resistenza, la Fondazione Gramsci e la Biblioteca Feltrinelli, che hanno contribuito a intrecciare la riflessione storiografica con la vita democratica del Paese.
Un secondo ambito fondamentale è stato quello dell’educazione, scolastica e universitaria. Il dibattito sull’introduzione della storia contemporanea nei programmi di studio – formalizzato solo nel 1961 – fu animato proprio da storici e storiche che consideravano l’insegnamento della storia recente un pilastro della formazione del cittadino.
Molti studiosi, inoltre, hanno operato nella sfera pubblica come giornalisti, parlamentari, militanti o divulgatori. Hanno partecipato ai grandi dibattiti sull’identità nazionale e sul rapporto con la memoria, mantenendo sempre uno sguardo critico e costruttivo nei confronti delle istituzioni.
In che modo tutto ciò ha influenzato la società?
L’intreccio tra ricerca storica e impegno pubblico ha avuto un impatto decisivo sulla cultura politica e civile dell’Italia repubblicana. Gli storici del dopoguerra hanno contribuito a fondare una nuova idea di cittadinanza, basata sulla responsabilità, sul dialogo e sulla consapevolezza delle proprie radici.
A partire dagli anni Settanta, le storiche hanno ampliato questa eredità, introducendo nel dibattito pubblico temi legati al genere, alla memoria, alla storia orale e alle soggettività.
Si tratta di un impegno ancora attuale per chi fa ricerca storica oggi?
Senza dubbio, sì. Oggi più che mai, in un’epoca segnata dalle fake news e dalle paure per il presente e per il futuro, il lavoro degli storici comporta una forte responsabilità civile. Credo che questa consapevolezza resti fondamentale nel nostro mestiere: dobbiamo sentirci chiamati a dialogare con la società, a condividere saperi e a trasformare la conoscenza specialistica in un bene comune.
Studiare l’impegno degli storici e delle storiche della seconda metà del Novecento mi ha insegnato che partecipare alla costruzione del presente significa non rinunciare alla complessità e al pensiero critico, ma provare a trasmetterli. Promuovere lo studio della storia vuol dire contrastare le semplificazioni, senza cadere nell’idea di un eterno presente.
Ecco perché la storia è così importante nelle scuole: il suo insegnamento andrebbe rafforzato, perché offre agli studenti strumenti per capire le dinamiche sociali, l’evoluzione delle civiltà e i percorsi che hanno plasmato il mondo in cui viviamo. Solo così si può sviluppare nei giovani quella coscienza critica che serve per agire in modo consapevole e progettare il futuro. Come ricordava Giuseppe Galasso, fare il mestiere dello storico – e aggiungerei io dell’insegnante – è, prima di tutto, un atto di coscienza civile.