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Le Alpi Marittime

novembre 3, 2017

Storie di respingimenti e spazi di eccezione alla Frontiera Italo-Francese

Cinqet, cinqet, cinqet. Mi ripete mille volte questo termine, Dawit, eritreo, poco più che quindicenne. Cinqet è un termine tigrino che corrisponde a un eccesso di pensieri e di preoccupazioni, uno stress che può condurre alla pazzia.

Questo luogo, dice, riferendosi a Ventimiglia, genera cinqet.

Cinqet diventa la categoria tradizionale in grado di leggere, interpretare e dare senso alle frustrazioni affrontate da Dawit che ha già speso 600 euro in quattro tentativi di attraversamento del confine con la Francia tramite i passeurs sudanesi, che con 150 euro portano le persone al di là della frontiera sino a Nizza.

150€ per migliorare la propria esistenza, per raggiungere condizioni di vita migliori. 150€ per continuare a sognare.

Ma le cose non vanno come previsto: per 4 volte consecutive, Dawit viene preso dalla polizia francese e respinto verso l’Italia. Comincia a pensare che si tratti di una mancanza di attenzione nei suoi confronti da parte del passeur sudanese. Ora gli sono rimasti 80 dollari, con i quali il passeur non lo prende a bordo della sua auto. Il sogno di una vita migliore si infrange nel doppio muro della cecità delle politiche di frontiera e della mentalità affaristica di chi, favorito dalle politiche repressive, offre in modo alternativo un servizio in regime di monopolio. Dawit continua quindi da un mese a galleggiare nello spazio angusto di quel limbo tra il viaggio da cui è uscito indenne e la nuova vita al di là di una barriera cieca eretta sotto l’egida del governo europeo delle migrazioni.

La fuga dalla dittatura eritrea, dal regime che costringe tutti ad un servizio militare praticamente infinito; Il sogno di una vita migliore, con l’accesso al mondo visto e desiderato attraverso i media (ricorda un po’ quell’immagine dell’America di chi rimaneva in patria raccontata da Guccini: “il mondo sognante e misterioso di Paperino!”). Tutto inutile: la Francia blocca l’accesso anche a lui. A lui che è un minore, anzi, in un linguaggio tecnico, un Minore Straniero Non Accompagnato.

Come è possibile che questo accada è spiegabile attraverso un complesso intreccio di leggi, regolamenti e provvedimenti giustificati dall’emergenza.

Come è infatti noto, la vicenda di Dawit si dipana all’interno dello spazio Schengen, quello spazio di libero movimento attraverso le frontiere interne dell’UE, definito da uno specifico codice, che vale però soltanto per i cittadini europei e non per quelli di Paesi terzi. Il Paese di residenza dei rifugiati deve infatti essere quello in cui ha ottenuto l’asilo politico. Allo stesso tempo, però, tale domanda di protezione non può essere inviata in un paese di preferenza: il cosiddetto Sistema Dublino (ora in via di riforma con il regolamento Dublino IV, le cui misure sono però ancora da comprendere) vieta infatti quelli che vengono definiti “movimenti secondari”, ovvero i movimenti dei migranti dal Paese di sbarco verso un altro Paese europeo. Sulla base infatti delle impronte digitali (registrate in un sistema di stoccaggio europeo) lasciate nel primo Paese di approdo, viene definito quest’ultimo come il Paese responsabile della singola richiesta d’asilo. Tuttavia, tale sistema è appunto basato sul controllo elettronico delle impronte dopo la richiesta di asilo, mentre permane la possibilità di inoltrarla dove si vuole.

Da qualche tempo, però, lungo alcune “frontiere interne”, non è più così e le persone vengono respinte a priori. Questo avviene, ad esempio, lungo la frontiera del Brennero, dove pattuglie trilaterali (polizia tedesca, austriaca e italiana insieme) agiscono sui treni molto prima dell’attraversamento del confine con l’Austria, sulla base di alcuni accordi di polizia del 2014. Allo stesso modo, le persone vengono respinte automaticamente dall’Austria, in base a un trattato tra le due polizie nazionali del 1997 e a causa di un ripristino dei controlli alla frontiera da parte del governo austriaco in applicazione dell’articolo 25 del codice di frontiera Schengen.

La frontiera italo-francese delle Alpi Marittime, qualche chilometro più in là di Ventimiglia, vive la medesima situazione strutturale per effetto dell’intreccio di una clausola del codice di frontiera Schengen, la dichiarazione dello Stato d’emergenza in Francia e un accordo di polizia noto come trattato di Chambery del 1997.

Sulla base dell’articolo 25 del Codice di frontiera di Schengen, i controlli alle frontiere possono essere reintrodotti in maniera temporanea e straordinaria da parte degli Stati membri laddove si presentassero delle gravi minacce alla sicurezza interna. La situazione alla frontiera italo-francese, stando al Rapporto Amnesty, è la dimostrazione della possibilità di sfruttare queste eccezioni per fermare i movimenti migratori, in base alla associazione, mai dimostrata, di convergenza tra percorsi migratori e quelli del terrorismo internazionale:

“Dopo il novembre 2015 i controlli già ristabiliti sono stati di fatto rinforzati e meglio organizzati. […] il ripristino temporaneo dei controlli alla frontiera franco-italiana, giustificati dalle “minacce gravi per l’ordine pubblico e la sicurezza interna”, sulla base dell’articolo 25 del Codice delle Frontiere Schengen, sono stati prolungati il 9 dicembre 2015, dopo gli attentati di novembre 2015, in ragione di una minaccia terroristica elevata e la necessità di lottare contro la criminalità transfrontaliera”.

Dal novembre 2015 fino al febbraio 2016 vi sono vari rinnovi di 30 giorni ciascuno, e una ulteriore proroga viene chiesta il 27 maggio dello stesso anno, rinnovata poi dopo gli attentati di luglio sino al 27 gennaio 2017. La ragione posta a giustificazione di tale richiesta da parte della delegazione francese, risiede appunto nella presunta connessione tra i percorsi migratori e il passaggio di terroristi alla frontiera dello spazio Schengen.

Sebbene dunque il codice di frontiera Schengen sottolinei che la reintroduzione del controllo sui confini interni deve rimanere un’eccezione e deve rispettare i principi di proporzionalità, nonché deve essere applicata soltanto come extrema ratio e per il tempo necessario a ripristinare lo stato normale delle cose, il caso francese mostra due cose:

  • l’eccezionalità può essere di fatto prolungata per un tempo piuttosto lungo (il codice Schengen mette un limite di due anni);
  • l’emergenza legata alla sicurezza interna giustifica, senza molte prove, un inasprimento del regime di frontiera, limitando ulteriormente, come vedremo tra poco, i movimenti migratori.

La particolarità della situazione attuale sta però nella creazione di un altro livello di eccezionalità: un meccanismo amministrativo complesso che di fatto espande lo spazio di frontiera francese per diverse decine di chilometri all’interno del suo territorio. Per la riabilitazione del controllo alla frontiera interna il codice comunitario prevede l’istituzione di alcuni Punti di Attraversamento Autorizzati (PPA) e Punti di Passaggio Frontaliero (PPF). In virtù della dichiarazione dello stato d’emergenza in Francia vengono effettuati diversi controlli dalla Gendarmerie e dalla Police Aux Frontiers nei principali PPA e PPF che si trovano ben all’interno del territorio francese, sui treni, sugli autobus e sulla rete autostradale, e che si poggiano ancora sull’ipotesi che i canali del terrorismo seguirebbero le vie delle migrazioni “illegali”. Nelle Alpi Marittime, il PPA ferroviario di Menton-Garavan è la prima tappa di controllo all’interno del confine; i controlli vengono eseguiti in stazioni successive: unità di forza mobili sono presente a Nizza, ad Antibes e a Cannes (quest’ultima dista più di 60 km dalla linea di confine). A nord del Dipartimento, il controllo del flusso di veicoli, e di alcuni pullman e veicoli commerciali, viene effettuato presso l’autostrada di La Turbie, un PPA situato 20 chilometri all’interno del confine.

Il fatto che i controlli tra PPA e PPF prevedano le loro attività per uno spazio interno così esteso, significa che in un raggio di 20-30 km oltre la frontiera (addirittura 60 nel caso di Cannes), all’interno del territorio francese, si agisce come se si fosse ancora nello spazio di confine: la gestione dei corpi in transito viene demandata all’autorità di polizia invece che all’autorità giuridica. All’interno di questo “spazio d’eccezione”, i controlli della polizia non sono rivolti chiaramente ai turisti o ai lavoratori bianchi transfrontalieri, ma a coloro le cui caratteristiche fisiche rimandano più a uno status sociale che a una provenienza geografica.

Se l’esotico, il migrante, viene associato alle minacce alla sicurezza e all’ordine pubblico, si crea allora uno spazio discorsivo per cui è facilmente accettabile aprire degli spazi di eccezione, in cui le frontiere e i regolamenti appaiono dispositivi elastici e flessibili, modificabili rispetto all’obiettivo di fermare coloro che si ritiene non abbiano diritto alla mobilità. Quel che infatti succede sulla frontiera delle alpi marittime, e che anche io ho potuto constatare tramite la raccolta di testimonianze a Ventimiglia, è stato chiaramente analizzato e denunciato sia da alcuni dossier, tra cui quello di Amnesty International, di ASGI (Associazione di Studi Giuridici sull’Immigrazione) e di STAMP (Sostegno a Transitanti e Accoglienza a Migranti e Profughi): i migranti che transitano da Ventimiglia verso la Francia vengono fermati in vari modi. Sui treni principalmente, ma anche su bus e su vetture private in autostrada e nei passaggi di frontiera. Dai treni vengono fatti scendere e forzati a risalire su convogli ferroviari che vanno nella direzione opposta, in altri casi vengono riconsegnati alla polizia italiana del commissariato di Ponte San Luigi, l’ultimo avamposto italiano a un centinaio di metri dal confine della frontiera alta.

Nonostante la dichiarazione dello stato d’emergenza in Francia e il ripristino dei controlli, alcune di queste pratiche configurano la violazione di alcuni diritti stabiliti dai trattati internazionali, soprattutto per quanto riguarda i diritti dei Minori Stranieri Non Accompagnati, come nel caso della testimonianza che citavo all’inizio. Amnesty International e ASGI hanno ad esempio sottolineato come queste pratiche siano attuate, in molti casi, semplicemente con un rinvio della persona verso l’Italia, senza fornire alle persone le informazioni necessarie e senza aprire nessuna procedura amministrativa formale. I casi vengono cioè semplicemente gestiti dai funzionari di polizia, in totale contraddizione con i principi fondamentali dello Stato di Diritto.

Questo ha la conseguenza fondamentale di non permettere l’inoltro delle richieste di asilo nei territori di frontiera intorno alle Alpi Marittime: sulla base del diritto internazionale il respingimento di possibili richiedenti asilo costituisce una violazione dell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra e, sulla base dell’ordinamento francese, lo straniero che fa ingresso sul territorio nazionale avrebbe diritto al “giorno franco”, cioè 24 ore di tempo per avere la possibilità di inoltrare una richiesta di asilo.

Nel periodo che ho trascorso a Ventimiglia, ho potuto incontrare alcuni migranti che avevano provato ad attraversare il confine dotati di un foglietto, donatogli da attivisti alla frontiera, che spiegava, in francese, la loro posizione, il loro nome, il loro essere richiedenti asilo. Come è stato spesso sottolineato, in una situazione giuridica in cui un grande potere è concesso esclusivamente a forze di polizia, è molto facile dare territorialità ad abusi e violazioni. In questo caso, ad esempio, questi foglietti venivano semplicemente strappati. Inoltre, sottolinea ASGI, quelli che vengono allontanati sono quasi sempre dei gruppi di persone, quando, sulla base dell’articolo 4 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, la pratica dei respingimenti collettivi, senza una valutazione individuale delle situazioni giuridiche e delle vulnerabilità, sarebbe proibita. A livello di responsabilità congiunte tra Italia e Francia, mette in luce ASGI, le riammissioni vengono fatte sulla base dell’accordo di Chambery del 1997, che però esclude la sua applicabilità nel caso di persone che abbiano fatto esplicita richiesta di asilo. Sia Amnesty che ASGI, e più tardi anche il già citato dossier Stamp, hanno rilevato che le violazioni più gravi siano nei confronti dei Minori Stranieri Non Accompagnati, per i quali dovrebbe valere il “supremo interesse del minore” e, sia nell’ordinamento francese che in quello italiano, è previsto che siano trattati alla stregua di minori in stato di abbandono. Ciò che accade è che invece la loro minore età viene ignorata oppure non vengono considerati come “non accompagnati” in virtù del loro viaggiare in gruppo con maggiorenni che vengono artificialmente considerati i loro affidatari.

Sotto gli effetti di queste forze più grandi di lui, Dawit si sente schiacciato e senza possibilità di riscatto. Da una parte i sogni di un quindicenne, dall’altra un insieme di dispositivi che limitano la sua mobilità, delineando talvolta la paradossale situazione di governi che agiscono in deroga e violazione alle loro stesse leggi, pur di perseguire l’obiettivo di bloccare i “movimenti secondari”. Tutto ciò si trasforma, per Dawit, in cinqet, un pensiero ossessivo che lo porta a camminare forsennatamente avanti e indietro lungo Via Tenda a Ventimiglia e impormi la domanda se questa configurazione del governo europeo delle migrazioni, che apre infiniti spazi di eccezione, possa essere considerata compatibile con i diritti umani fondamentali.

È tollerabile cioè che la priorità della sicurezza (che associa in modo sostanzialmente arbitrario i percorsi dei nuovi “dannati della terra” al terrorismo internazionale) generi dei mostri giuridici in cui trattati internazionali, diritti fondamentali dell’uomo e principi dell’asilo politico non abbiano più cittadinanza?

Nelle conclusioni della presente rubrica, queste domande aperte mireranno a dar luogo a una riflessione più ampia, basata sulla letteratura più recente nell’ambito delle scienze sociali, sui confini e sui dispositivi in essere nell’attuale governo delle migrazioni.


La RUBRICA “Il governo europeo della migrazione” è a cura di OSVALDO COSTANTINI, associate researcher presso il Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler, impegnato nelle linee di ricerca sugli stili di vita e i conflitti. Nell’ambito di questo interesse si muove a cavallo tra le pubblicazioni scientifiche e gli interventi pubblici sulla stampa, soprattutto in relazione a quegli aspetti delle #migrazioni maggiormente legati agli immaginari, ai desideri, e alle connesse frustrazioni e disillusioni che muovono le azioni di questi nuovi “dannati della terra”.
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