Future Built on Knowledge

Mobility Story: Giovanni Garberoglio #2 Boulder, Colorado

marzo 10, 2017

Seconda parte di un racconto di viaggio in quattro tappe, la generosa condivisione della prima esperienza di Mobility negli USA.

Ma ormai ero negli States! Ero sveglio da circa 24 ore (dormire su quelle seggioline? impossibile!), e quando sono uscito dall’aeroporto era il primo pomeriggio. Ho finalmente incontrato Allan (sì, come potete immaginare era completamente diverso dall’idea che mi ero fatto di lui) che si era gentilmente offerto di passarmi a prendere all’aeroporto per accompagnarmi in macchina a casa. Nell’offuscamento delle capacità intellettive dovute alla deprivazione di sonno noto però un paio di cose.

Primo: in Colorado fa un caldo mostruoso (specie dopo 11 ore di condizionamento spinto in aereo). Secondo: il posto mi piace. Denver sta su un altopiano (ad esattamente un miglio di altezza sul livello del mare) e nonostante la visuale intorno sia di leggere colline semidesertiche, ci dirigiamo verso una imponente catena montuosa che si estende a vista d’occhio lungo l’asse Nord-Sud: le Montagne Rocciose, al cui inizio si trova la città di Boulder.

Arrivo nella casa del ragazzo che mi ospiterà per le prime due settimane. Secondo me è una tipica residenza americana: casetta di un piano con garage affianco, piccolo giardino prima dell’entrata e cortile un po’ più grande sul retro. La mia stanzetta è veramente minimale, ma alla fine non la userò molto se non per dormire. C’è un bel gazebo nel cortile dove la sera si sta benissimo (e dove il wifi prende che è una meraviglia). Il ragazzo che mi ospita parla l’italiano molto meglio di come lo scrive, ed è molto gentile. Si chiama Andre, ma mi confessa che è nato Andrea. Solo che in USA è un nome da femmine, e dopo esser stato preso in giro per anni se lo è cambiato alla prima occasione utile.

Il giorno dopo inizia la vita nel laboratorio. O quasi.

Mi presento alle nove, ed il mio collega deve venirmi a prendere. Il NIST è un laboratorio federale, e le misure di sicurezza sono decisamente serie. Mi portano in una guardiola dove una soldatessa mi prende i dati del passaporto dopo aver passato il mio zaino ai raggi X. Mi viene assegnato un badge provvisorio, che sarà valido fino a quando i vari controlli “del sistema” non daranno luce verde affinché mi venga assegnato un badge “come si deve”. Nel frattempo è meglio se giro scortato, e per entrare devo mettermi d’accordo con Allan perché lui mi apra la porta. Il mio ufficio, che è dotato di serratura elettronica, dovrà rimanere aperto fino a che non mi verrà assegnato un badge che la possa aprire.

Tutto questo dura qualche giorno. Nel frattempo non posso nemmeno usare alcuna forma di internet al lavoro. Non c’è problema: scarico quello che mi serve da casa, e uso le mie giornate “senza distrazioni” per organizzare il lavoro da fare e completare i corsi sulla sicurezza (fisica ed informatica) obbligatori per ogni visitatore. Questi vengono fatti direttamente da un computer che mi viene assegnato con una login temporanea e un bel messaggio di benvenuto che mi ricorda che sto usando uno strumento federale, cosa che non mi da diritto ad alcuna forma di privacy. Le regole per la sicurezza informatica sono decisamente rigide: badge o non badge, che io non mi osi nemmeno pensare di usare il mio telefono cellulare mentre sono al laboratorio.

In teoria credo che sia persino vietato portarselo dietro, ma “tutti lo fanno” e io mi adeguo. Prendo però la bella abitudine di metterlo in modalità “aereo” ogni volta che entro, non si sa mai… Dopo alcuni giorni vengo cleared e mi assegnano un badge definitivo. Nel frattempo ho anche capito dove comprare le capsule per la macchina del caffè, e mi sono pure preso una bella tazzona in perfetto stile USA. Ormai mi muovo quasi come un nativo.

La vita in laboratorio procede esattamente come mi aspettavo. Mi presento intorno alle 9 di mattina, vado via alle 5 di pomeriggio, e riesco a lavorare in santa pace.

Dall’Italia non arriva niente di che, e io riesco a crearmi una piacevole e produttiva routine. Come accennavo, il mio obiettivo era imparare un nuovo linguaggio di programmazione e dedicarmi a dei calcoli sull’acqua. Nel frattempo che “studio” c’è comunque un lavoro di ricerca – sempre in collaborazione con Allan – ormai in dirittura d’arrivo, quindi dedico un po’ di tempo anche a quello.

Boulder è una bella città, e mi faccio subito affascinare. Un’area molto grande è occupata dal campus dell’Università del Colorado a Boulder, subito a nord del quale c’è “il centro-città”. Il resto è circondato dalle classiche casette americane e gli occasionali centri commerciali. Ci sono un sacco di piste ciclo-pedonabili, compresa una a fianco di un torrentello che attraversa in diagonale il centro, una zona residenziale e il campus. Quest’ultimo mi piace un sacco. Lo attraverso tutti i giorni per andare e tornare dal lavoro. A luglio c’è il summer break e quindi il campus è chiuso. Sembra una piccola città fantasma in stile “new Tuscany”, ma io lo trovo molto piacevole da vedersi.

Boulder Colorado

Dopo qualche giorno che ci passo dentro mi viene la curiosità: ma quanto costerebbe iscriversi ad un’Università così bella? Lo chiedo ad Allan, il quale mi dice che se uno è residente in Colorado il costo si aggira probabilmente intorno a 5000$ l’anno, mentre se uno viene da un qualche altro stato (sia USA che estero) la retta aumenta, e di molto.

Non sa dirmi esattamente quanto, ma la sua stima è tra i 15000$ e i 20000$ l’anno. A cui va aggiunto il vitto e l’alloggio (che i lettori più attenti avranno capito non essere assolutamente a buon mercato) e a questo punto anche una macchina. Purtroppo non ho al momento un mecenate a disposizione quindi sono costretto a rimettere il sogno nel cassetto, ma se qualcuno fosse interessato a finanziarmi sono disposto a parlarne…

Subito ad ovest di Boulder iniziano le Montagne Rocciose. Che mi metto diligentemente ad esplorare durante tutti i weekend. Allan mi accompagna durante il primo, e andiamo a camminare lungo un sentiero che nei dintorni è abbastanza famoso. La gita a piedi inizia dal Moffat Tunnel , a circa un’oretta di macchina da Boulder, da cui si diparte un lungo sentiero che porterà fino ai laghetti di Rogers Peak, a più di 10000 piedi di altezza che in Colorado corrisponde più o meno al limite della vegetazione. Alla fine della giornata avremmo camminato più di 8 miglia, sotto un bel Sole cocente e temperature di picco intorno ai 90 F. [nota: poco sopra i 32°C poiché T °C = (T °F – 32) * 5/9]

Benvenuti negli Stati Uniti, ultima sacca di resistenza contro l’imperialismo metrico mondiale! Ma vediamone il lato positivo: viverci è un ottimo allenamento per il calcolo mentale. Tre piedi sono circa un metro, un miglio è circa un chilometro e seicento metri (che poi viene regolarmente approssimato ad un chilometro e mezzo), un pollice sono due centimetri e mezzo, una libbra è circa mezzo chilo e la conversione da Fahrenheit a Celsius non sono mai riuscito ad impararla1. Ho però capito che quando le previsioni davano valori vicini ai 90 F voleva dire che avrebbe fatto UN CALDO BESTIALE! E comunque da bravo nativo non mi muovevo mai a piedi senza avere una bella scorta d’acqua.

Nei weekend successivi mi metto ad esplorare la zona vicino a Boulder. Le prime montagne che si incontrano subito fuori città sono chiamate Flatirons (ferri da stiro piatti) per via della loro forma, ma scopro subito che c’è di più. Ci sono tantissimi sentieri che partono dalla città e si inoltrano nei Flatirons e in molti casi costeggiano una parete rocciosa opportunamente piatta. Sotto il Sole estivo queste rocce si riscaldano così tanto che sono sicuro avrei potuto farci un bel barbeque, e anche solo a passarci vicino arrivavano delle belle ventate di calore.

Molto spesso mi ritrovo a tornare a casa la sera un po’ malconcio, sia per la lunga camminata, sia per le temperature decisamente alte. Mi consolo vedendo che anche la ben adattata fauna locale soffre ogni tanto per il caldo afoso.

scoiattolo statunitense

Ma a differenza della fauna locale, io avevo molte altre opportunità di sollievo dal caldo torrido. A volte anche troppe. Uno dei misteri irrisolti degli Stati Uniti – che non sono riuscito a risolvere nemmeno dopo aver chiesto ripetutamente lumi a molte persone che sono nate e vissute lì – riguarda la mania di tenere l’aria condizionata a manetta nei luoghi chiusi durante l’estate.

Il mio ufficio non era da meno. Era sì dotato di termostato che dava un minimo di controllo sulla temperatura, ma quello che potevo “scegliere” era la mia preferenza nell’intervallo tra 65 e 70 F. Potete comodamente fare tutti i calcoli che vi servono, ma vi assicuro che il risultato sarà: freddo! Tanto da prendere l’abitudine di tenere una felpa nell’ufficio, che indossavo regolarmente. Ma come potete ben immaginare, data un’escursione dai 10 ai 15 gradi (dei nostri) rispetto alle temperature esterne non ci poteva essere che una sola conseguenza: un fastidioso e costante mal di gola mi ha accompagnato per diverse settimane.

Certo, l’aria condizionata (per quanto con felpa) era comunque un bel sollievo dall’afa Boulderita, ma il miglior sollievo lo trovavo durante il weekend. Boulder è famosa per le sue microbirrerie, e da bravo scienziato mi ero preso l’impegno di campionarle meticolosamente, dedicando il pranzo di ogni sabato a questo piccolo progetto personale. La prima birreria che provo su ottimo consiglio di Allan è organizzata in modo un po’ particolare: entro e trovo subito una cameriera che mi chiede per quante persone voglio il tavolo. Sono solo, e mi dice che non ha al momento niente di disponibile. Ma se voglio aspettare me ne potrebbe procurare uno in circa 20 minuti.

Nel frattempo posso andare al bancone e chiedere dei free samples delle varie birre che offrono in questo periodo. Questo sì che è spirito collaborativo fra scienziati!

Nel frattempo mi chiede un nome per prenotare. Non ci penso quasi e le sciorino il mio nome e cognome, in un perfetto italiano che probabilmente non si aspettava. Lì per lì mi guarda con un’espressione un po’ strana – tra lo stupito ed il rassegnato – e inizia a provare a scriverlo sul tablet che stava usando per prendere gli ordini. Lo so, il mio nome non è facile da capire e scrivere nemmeno per un italiano quindi le dico: “Guarda, se per te va bene puoi chiamarmi Joe”. Alza gli occhi con un bel sorriso, decisamente sollevata: “Ok, Joe! Quando è pronto ti chiamo. Accomodati pure al bar.”

Di tipi di birra da assaggiare ce ne sono una marea. Ma tanti tanti. Qui in Italia sono abituato al massimo a destreggiarmi tra chiara, rossa, scura e l’occasionale weizen. Lì scopro l’esistenza delle birre Porter (molto scure e variamente aromatizzate, tra cui quella al caffè che effettivamente sembra una tazzina di espresso gasato, freddo e alcolico), ritrovo il più familiare termine Lager, assaggio alcune birre aromatizzate e infine ne provo anche un tipo che si chiama India Pale Ale (per gli amici, IPA).

E fu amore al primo sorso! Buonissima!

Altamente luppolata con una bella prima impressione amarognola che poi va allargandosi in altri sapori, tipicamente resinosi o agrumati, ma sempre molto decisi.

Le IPA saranno una gradita (e rinfrescante) compagnia per tutta la durata del mio soggiorno USA, tipicamente accompagnate da un bel piatto tipico della cucina locale: hamburger con coleslaw (insalata di cavolo).

BIRRA IPA

E già che siamo in tema di cibo. Una delle domande più frequenti che mi sono sentito rivolgere da chi ha saputo che ho passato del tempo negli States è stata proprio: “ma come mangiavi?”. Beh, bene! L’equivalenza “cibo americano” = “junk food” non è che sia proprio sempre valida. È vero che a parità di soldi spesi il cibo che si trova in Italia è di qualità migliore e forse anche in maggior quantità, ma se uno è disposto a spendere si mangia ottimamente anche negli USA. Hamburger con patatine e bibita in un fast food si possono anche trovare per meno di 10$ (forse addirittura per 5$ se si seguono le varie offerte), ma dove andavo io non ne ho mai speso meno di 25 (ve l’ho detto vero che gli States sono cari?).

E sempre riguardo al cibo, negli USA si trova di tutto. Intendo proprio di tutto, purché sia solo minimamente adatto al consumo da parte degli umani. E un po’ sono andato a caccia di cose che da noi proprio non si trovano (ancora). Due cose meritano una menzione particolare: la barretta proteica con farina di grilli (sì, avete letto bene) e farinacei prodotti con ingredienti geneticamente modificati. La prima non mi è piaciuta gran che, ma non tanto per i grilli quanto per il fatto che tra gli ingredienti principali c’era della più prosaica polpa di dattero che non incontra troppo il mio gusto. Il pane e i biscotti prodotti con (credo) grano transgenico non mi hanno fatto crescere arti sovrannumerari né cambiare colore o squamatura alla pelle e tantomeno mandato all’ospedale.

Quello grazie a cui credo sarei veramente potuto andare in ospedale causa indigestione (ma non è successo niente, tranquilli) è il burro di arachidi, che in USA si trova in ogni forma, modo e maniera, ed è l’ingrediente principale di un sacco di snack, dolci o salati che siano. Tra i miei preferiti il gelato al cioccolato con burro di arachidi e le “peanut butter cups”: piccoli medaglioni di cioccolato al latte ripieni di burro di arachidi. Mi viene l’acquolina in bocca solo che ci ripenso! Eh sì, ho decisamente rischiato di dover aggiornare tutto il mio guardaroba ad una taglia in più.

Comunque l’avventura in Colorado è andata molto bene, e non solo per i weekend in giro per le rockies (o alla ricerca di nuove forme di IPA). La parte di progetto che avevo intenzione di fare lì è stata portata avanti molto bene. Mi sono reso conto che un linguaggio di programmazione moderno richiede uno studio molto più approfondito di quello che mi aspettavo, ma – soprattutto – esercizio, esercizio, esercizio! Mi sono trovato a ri-scrivere tutte le routine che avevo fatto dopo che la prima implementazione non mi convinceva, ed ancora oggi non sono sicuro che la soluzione che ho trovato sia la più furba. Oltre a questo anche il progetto che era in dirittura d’arrivo è stato completato senza troppi problemi. Insomma, dopo un mese che ero lì ci siamo accorti di una piccola discrepanza fra i nostri risultati e i dati sperimentali, ed un’analisi più approfondita ci ha fatto capire che purtroppo avevo fatto una scelta un po’ infelice riguardo ad un parametro che entrava nelle equazioni da risolvere, cosa che aveva introdotto una piccola, ma sensibile, deviazione sistematica dal risultato “corretto”, discrepanza particolarmente evidente alle alte temperature. Se da un certo punto di vista mi è dispiaciuto aver dovuto “buttare alle ortiche” qualche settimana di calcoli, dall’altro punto di vista è così che funziona la scienza. Si fa il meglio che si può, il che vuol dire sviluppare anche una buona dose di autocritica, riconoscere gli errori quando capitano (e vi assicuro che capitano!), ed usare questo per fare un altro passo avanti.

Ma a questo punto anche Agosto sta finendo. È tempo di ri-impacchettare tutte le valigie e salutare il bel Colorado.

Pittsburgh, sto tornando!


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