1525, il Trentino in rivolta: tra paura, speranza e violenza
Il 500° anniversario delle rivolte contadine del 1525 ha offerto l’occasione per approfondire la storia del territorio trentino e riflettere sull’impatto che questi eventi ebbero sulla società dell’epoca.
Il 500° anniversario delle rivolte contadine offre l’occasione per tornare a riflettere sulla storia del territorio. In questo contesto, la Fondazione Bruno Kessler – Istituto storico italo-germanico ha avviato una collaborazione con il MUSE – Museo delle Scienze di Trento, la Società di Studi Trentini di Scienze Storiche, l’Accademia Roveretana degli Agiati e l’Associazione Storia e Regione/Geschichte und Region per l’organizzazione del convegno internazionale “1525. Rivolte. Società. Ambiente”, svoltosi il 27 e 28 novembre 2025. L’iniziativa rientra nelle attività dell’Euregio Anno dei Musei 2025 / Euregio Museum Jahr 2025, culminate nella mostra promossa dal Muse “Il potere delle macchine: umanità, ambiente, tecnologia nel Trentino del Cinquecento”, ideata da Luca Ciancio e ospitata a Palazzo delle Albere dal 22 novembre 2025 al 31 maggio 2026. Il percorso espositivo è accompagnato da un interessante catalogo dove è ospitato un saggio di Katia Occhi dedicato proprio al tema delle rivolte in Trentino.
Partiamo da qui per ripercorre il fenomeno che la storiografia ha a lungo definito guerre contadine e che oggi viene più correttamente indicato con il termine le rivolte dell’uomo comune, secondo l’espressione dello storico Peter Blickle. Si trattò di sollevazioni nelle quali istanze religiose di matrice evangelica si intrecciavano con rivendicazioni politiche e sociali, dando vita a un movimento che andava ben oltre il solo ceto contadino. L’insurrezione coinvolse infatti abitanti delle città, minatori, uomini e donne dei diversi territori imperiali, accomunati da un disagio crescente in cui motivazioni economiche, politiche e religiose si sovrapponevano.
Nel caso della Contea principesca del Tirolo — che includeva anche parte del Trentino meridionale e orientale, circa il 30% dell’attuale provincia — la forte espansione dell’attività mineraria alla fine del Quattrocento aveva profondamente modificato il rapporto tra contadini e territorio. L’arrivo di imprenditori forestieri e la progressiva limitazione dei diritti comunitari alimentarono nuove tensioni: in vaste aree i boschi erano stati riservati allo sfruttamento diretto del principe, così come pascoli, fiumi e la caccia. Queste restrizioni colpirono duramente la popolazione rurale, ma anche altri ceti protestavano contro lo sfruttamento delle risorse locali da parte di compagnie straniere. A ciò si aggiungevano l’oppressione fiscale legata alla riorganizzazione del sistema di riscossione delle imposte, la riforma della giustizia e l’introduzione del diritto romano in sostituzione delle consuetudini locali. Questo processo di accentuazione del potere centrale si fece ancora più marcato dopo il 1523, con l’insediamento stabile dell’arciduca Ferdinando I d’Asburgo nella provincia.
I rivoltosi proponevano un ideale di società fondata su rapporti fraterni e su obblighi reciproci, in contrapposizione alla logica di signori e servi. Si trattava di un modello prevalentemente maschile, alimentato dalla solidarietà tra i contadini armati, sebbene anche le donne fossero presenti tra le file degli insorti. Alla base delle loro rivendicazioni vi era una profonda aspirazione al cambiamento: la messa in discussione della società per ordini — divisa tra nobiltà, clero, città e contadini — e la richiesta di una gestione collettiva delle risorse naturali, nel rispetto dell’ambiente creato da Dio.
Durante l’inverno tra il 1524 e il 1525 anche in Tirolo maturarono le condizioni che portarono allo scoppio della rivolta. Il 9 maggio 1525, giorno dell’esecuzione pubblica di Peter Passler, segnò simbolicamente l’inizio delle insurrezioni nella regione. La rivolta si diffuse rapidamente anche a sud delle Alpi: furono saccheggiate le case dei canonici di Bressanone e numerosi conventi e istituzioni religiose, tra cui Stams, Wilten, Marienberg, Sonnenburg, Gries, Renon, Silandro e Vipiteno, oltre alle sedi dell’Ordine Teutonico a Bolzano e Lana e all’abbazia di Novacella. Anche i contadini del Burgraviato presero parte agli assalti. La rabbia popolare non era rivolta direttamente contro il principe, bensì contro la Chiesa, la nobiltà e i funzionari principeschi, considerati responsabili delle ingiustizie sociali ed economiche.
Anche in Trentino il malcontento covava da tempo. Quando, nell’inverno del 1525, il Bauernkrieg raggiunse le periferie meridionali del Sacro Romano Impero, riaccese tensioni e speranze di rinnovamento evangelico nel territorio vescovile. Le fonti archivistiche del principato vescovile di Trento, relative agli anni 1504-1524, testimoniano un progressivo peggioramento delle condizioni di vita nelle aree rurali, aggravato dall’aumento delle imposizioni fiscali e dalle continue richieste di contribuzioni, anche per sostenere la guerra di Massimiliano I d’Asburgo. In particolare, i tributi militari avevano favorito l’indebitamento dei contadini, spesso costretti a ricorrere a prestiti gravosi, con la conseguente perdita del possesso libero della terra.
Durante il governo del vescovo Bernardo Cles le proteste si intensificarono, soprattutto contro le nuove imposizioni daziarie, la chiusura delle tradizionali vie di transito e l’introduzione, spesso arbitraria, di obblighi doganali estesi anche a merci di scarso valore e beni di prima necessità. Tra maggio e giugno del 1525 scoppiarono focolai di rivolta nelle valli del Noce, a Levico e a Castel Ivano in Valsugana, per poi diffondersi rapidamente in molte altre zone del Trentino. Questa vicenda è ben documentata dall’opera di Giambattista Sardagna La guerra rustica nel Trentino. 1525, pubblicata a Venezia nel 1889 che ricostruisce con dovizia di particolari i giorni dei tumulti. Sappiamo che a partire dall’8 maggio 1525 un gruppo di uomini di Cortaccia e Magré si mosse verso Mezzocorona per promuovere un’azione coordinata delle comunità del principato vescovile, in concomitanza con le rivolte già in corso nel Tirolo meridionale.
Un secondo focolaio scoppiò il 15-16 maggio nell’alta Val di Non, coinvolgendo le terre della pieve di Senale e della giurisdizione di Castelfondo, per poi estendersi rapidamente anche alla Val di Sole. Per gli insorti trentini l’unico interlocutore restava Ferdinando I d’Asburgo, mentre il vescovo di Trento era visto come un suo subordinato. Si diffuse così l’idea di sopprimere il potere temporale del principe-vescovo e di unificare le valli trentine sotto la sovranità del conte del Tirolo.
Le fonti archivistiche permettono di distinguere due anime del movimento, soprattutto in Val di Non: una più prudente e lealista e un’altra più radicale, responsabile di saccheggi e violenze contro i gentiluomini locali. Nel frattempo, le notizie delle devastazioni avvenute a Bolzano, Merano, Vipiteno, Bressanone e Novacella accrescevano il clima di tensione anche nel principato vescovile. Quando i tumulti raggiunsero Appiano, Caldaro e Termeno, a pochi chilometri da Trento, il panico si diffuse tra le élite cittadine. Il 16 maggio Bernardo Cles si rifugiò nella rocca di Riva del Garda, mentre il Capitolo trovò riparo a Verona.
In città, i ceti popolari e la comunità tedesca tentarono di prendere il controllo del governo urbano, istituendo il Consiglio dei Sedici, composto da quattro rappresentanti per ciascun quartiere. Tuttavia, la progressiva radicalizzazione del nuovo organismo spinse i cittadini più abbienti a ridimensionarne il ruolo e, nel giro di poche settimane, l’autorità dei consoli e dei luogotenenti militari fu ristabilita. Il 28 maggio la sedizione in città risultava ormai repressa.
La storiografia individua proprio nella scelta della città di Trento un punto di svolta dell’intero ciclo insurrezionale: giunta ai confini dell’Italia, la grande rivolta comunitaria tedesca toccò il suo limite meridionale e si arrestò.
Diverso era invece il clima nel contado. Il 30 maggio, contro il volere di Ferdinando I, a Merano si riunì spontaneamente una dieta contadina con rappresentanti provenienti da tutte le vallate sudtirolesi e trentine. L’obiettivo era la redazione di un documento condiviso, i cosiddetti 64 articoli meranesi, che riassumevano le principali richieste del paese e proponevano un nuovo ordinamento per il Tirolo.
Nonostante il divieto del principe, all’assemblea parteciparono quasi tutte le giudicature sudtirolesi e trentine. Seguì un complesso lavoro di mediazione per conciliare istanze spesso divergenti. Ferdinando I mantenne inizialmente un atteggiamento attendista, ma il 27 giugno dichiarò di non avere alcuna autorità per approvare le richieste degli insorti, chiarendo che le decisioni in materia politica spettavano all’imperatore e quelle religiose al pontefice. Fu allora evidente che l’arciduca non intendeva sostenere la Riforma nei suoi territori.
Dopo il fallimento dell’ultimo assedio di Trento tra il 29 e il 31 agosto 1525, promosso da alcuni gruppi di ribelli delle valli, la rivolta entrò nella sua fase finale. Male armati e privi di coordinamento, gli insorti furono respinti dalle forze cittadine. Con l’arrivo delle truppe tirolesi nella seconda settimana di settembre ebbe inizio la repressione definitiva. Ai membri delle leghe contadine fu imposto di sciogliere ogni forma di organizzazione, restituire i beni saccheggiati e saldare i tributi arretrati. Le pene più severe colpirono i capi della rivolta: tra settembre e dicembre 1525 si susseguirono processi e condanne che lasciarono una lunga scia di sangue, segnando la conclusione violenta di uno dei più significativi tentativi di trasformazione sociale del primo Cinquecento trentino-tirolese ed europeo.
Per saperne di più:
Katia Occhi, La guerra contadina a sud delle Alpi: i focolai trentini, in L. Ciancio – M. Avanzini (edd), Il potere delle macchine: umanità, ambiente, tecnologia nel Trentino del Cinquecento, Museo delle Scienze, Muse, 2025, pp. 101-113.
Immagine: Albrecht Dürer, Trento (Tryt), 1495, Kunsthalle Bremen (open access_commons Wikimedia)