For a Human-Centered AI

Il libro è di chi lo scrive o di chi lo legge? Cinque secoli di tensione tra diritto d’autore e libertà di lettura

24 Aprile 2026

Editoriale a firma di Matteo Fadini, pubblicato sul quotidiano L’Adige in occasione della Giornata mondiale del libro e del Diritto d’autore, 23 aprile 2026.

Il 23 aprile ricorre la “Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore”, istituita dall’UNESCO nel 1995. La data è stata scelta per una curiosa coincidenza avvenuta nel 1616: il 23 aprile sarebbe infatti la data di morte di due monumenti letterari come William Shakespeare e Miguel de Cervantes. In realtà la coincidenza è più formale che sostanziale: in quel momento l’Inghilterra non aveva ancora adottato il calendario gregoriano (avverrà solo nel 1752) e quindi Shakespeare morì il 23 aprile 1616 secondo il calendario giuliano, cioè il 3 maggio 1616 secondo il calendario gregoriano.

I libri e il diritto d’autore, quindi, celebrati assieme: il che sembra scontato, come è scontato per noi tutti e tutte che la creazione letteraria sia tutelata e che i libri siano uno strumento di diffusione del sapere largamente disponibile e di facile accesso. La storia del diritto d’autore e della diffusione dei libri non sono andate di pari passo.

Prima dell’introduzione della stampa a caratteri mobili gli unici libri disponibili in Europa erano manoscritti, di conseguenza la diffusione di un’opera necessitava di un processo molto lungo e costoso. Studi recenti hanno calcolato che nel momento in cui Gutenberg stampò il primo libro, nell’insieme di tutte le biblioteche d’Europa, ci fossero in tutto tra i 10 e i 20 milioni di manoscritti. Nel periodo tra il 1455 e il 1500 furono prodotte in Europa circa 30.000 edizioni, ed è ragionevole che di ogni libro vennero stampate tra le 300 e le 500 copie. In meno di 50 anni furono quindi disponibili tra i 9 milioni e i 15 milioni di libri ‘nuovi’: più o meno lo stesso numero di libri prodotti in tutto il periodo antico e medievale messi assieme. Questi dati rappresentano una vera e propria rivoluzione del libro: improvvisamente sul mercato iniziavano ad essere disponibili libri a prezzi molto più accessibili e soprattutto a un ritmo sconosciuto prima. Parallelamente, tra la fine del Quattrocento e la fine del Cinquecento iniziarono ad essere fondate importanti biblioteche: la Biblioteca Malatestiana di Cesena (1452), la Marciana di Venezia (1468), la Bayerische Staatsbibliothek (1558) e l’elenco potrebbe continuare, dimostrando come la nuova disponibilità di libri agevolasse anche la creazione di istituzioni culturali con lo scopo di conservare e organizzare questa imponente produzione editoriale.

Sempre alla fine del Quattrocento emerse una nuova necessità: il legittimo desiderio da parte degli stampatori di vedere tutelato economicamente il proprio lavoro. Prima a Venezia – allora vera e propria capitale della stampa – e poi più o meno ovunque iniziarono a emergere delle innovazioni giuridiche tese a tutelare il lavoro e i profitti degli editori: i ‘privilegi di stampa’, licenze rilasciate dal potere politico locale con le quali si attribuiva a uno stampatore il diritto esclusivo di poter stampare e commercializzare una particolare opera per un periodo di tempo solitamente di 10 anni.

Con il “Copyright Act” inglese del 1709 per la prima volta si riconobbe un diritto anche agli autori e autrici, seppure limitato e subordinato a quello degli editori. Da quel momento in poi e soprattutto dopo l’Illuminismo, vennero riconosciuti sempre di più i diritti, di paternità ed economici, a chi crea le opere. Questo processo arrivò fino alle riforme novecentesche, che hanno codificato il diritto per gli scrittori e scrittrici di vedere riconosciuti i diritti sui propri testi fino a 70 anni dopo la morte di chi li ha prodotti, generando quindi profitti anche per gli eredi.

Se da un lato questo fatto è certamente positivo e va a tutelare chi crea i testi, dall’altra è evidente che fissare un periodo di tempo di tutela così lungo causa inevitabilmente un freno alla circolazione delle opere, in un momento storico in cui la riproducibilità tecnica dei testi è ormai infinitamente semplice. La tensione esistente fin dalle origini tra i libri (e l’importanza sociale e culturale della loro disponibilità) e il copyright è ancor oggi quindi ben presente e attiva.

Forse non è un caso se l’UNESCO ha deciso di celebrare insieme i libri e il copyright e se i luoghi dove queste celebrazioni trovano uno spazio privilegiato siano le biblioteche, cioè quelle istituzioni in cui la tutela del copyright e la disponibilità dei libri trova un punto di caduta ottimale: “La biblioteca pubblica è l’unica cosa che non ha uno scopo di lucro. Se venisse proposta oggi, verrebbe definita comunismo”, secondo la celebre definizione di Kurt Vonnegut.