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La cultura del “biscotto”

25 Settembre 2023

In questo articolo apparso sul quotidiano “Il T” il 21 settembre scorso, Claudio Ferlan analizza il diffuso e sovente infondato timore del complotto, proprio di buona parte della stampa sportiva italiana.

La recente fase a gironi della Coppa Davis disputatasi a Bologna ha ripresentato per il tennis italiano uno degli eterni ritorni, tipici della nostra poco sviluppata cultura sportiva: la paura del “biscotto”.

I fatti, in sintesi, sono questi. Dopo essere stata sconfitta contro pronostico (e contro classifica) dal Canada, l’Italia tennistica ha superato con difficoltà il Cile e – secondo i proclami di certa e maggioritaria stampa specializzata – ha dovuto vivere l’incertezza della possibile combine. A prendere un titolo come esempio, sulle pagine di un sito sportivo si leggeva “Povera Italia!”, con tanto di punto esclamativo a rafforzare il concetto espresso nel sottotitolo: “Probabile ‘biscotto’ tra Cile e Canada: un risultato ci eliminerebbe”. Il risultato era il due a uno pro Cile, ma il roboante allarme giornalistico si è innescato senza motivo: non è stato combinato nulla, il Canada ha battuto il Cile e l’Italia si è qualificata superando la Svezia, fanalino di coda del gruppo. Perché comporre titoli di questo tenore? La cultura del clickbait ha di sicuro giocato la propria parte: attirare il lettore con esclamazioni a effetto induce a cliccare e (forse) a leggere, più gente clicca, maggiori sono i potenziali introiti pubblicitari.

Il giornalismo sportivo è uno dei settori che ha più sofferto della decadenza nella qualità degli articoli. Complice la frequente copertura “a titolo gratuito” di una vasta gamma di eventi, chi scrive di tennis, calcio e di altri sport sovente non ha buona penna e adeguata professionalità. Si rifugia allora in quelli che un mio ottimo professore di storia dell’arte chiamava “effettacci da quattro soldi” nello spiegare i quadri quando ci accompagnava nei musei. Ma c’è di più, c’è l’idea che il mondo dello sport sia fondamentalmente poco onesto, convinzione che induce sovente i tifosi (più degli atleti) a pensare di essere delle vittime designate.

Lo scorso giugno la cultura del sospetto si era alimentata di ancora più improbabili combinazioni. Europei Under 21 di calcio, dopo aver perso con la Francia e vinto di un soffio contro la Svizzera, l’Italia si apprestava a incontrare la Norvegia e uno Svizzera-Francia tre a due avrebbe eliminato l’Italia. L’Italia perse con la Norvegia, la Francia batté la Svizzera, cancellando senza indugio il significato delle pagine tanto amate dai media sportivi italiani intitolate “ci qualifichiamo se”. La nostra nazionale si fermò al primo turno senza alcun bisogno di accordi sottobanco tra compagini ai poveri azzurri chissà perché nemiche.

Perché siamo così sospettosi, perché dovremmo pensare che dei professionisti si accordino a casaccio per il male dell’Italia (vittima quasi sempre designata, degli altri si parla meno)?

Va aggiunto che il timore del “biscotto” sopraggiunge sempre nel poco sportivo esercizio di porre rimedio a una sconfitta, o ad almeno un paio di non-vittorie. Poco sportivo perché la competizione di norma non fa sconti: se non vinci ti fermi, ed è giusto così. Poi si riparte, si rigioca, certo, ma la sconfitta va accettata, pure se brutta. Di norma non è un dramma, ma una normale tappa del percorso agonistico.

È vero, tra le tante combine temute e non verificatesi, si dà il caso che una volta sia capitato un episodio quantomeno sospetto. Europei di calcio 2004, un’Italia molto ben attrezzata, dopo aver pareggiato le prime due partite superò la Bulgaria nella terza, ma fu eliminata a causa di un contemporaneo pareggio due a due tra Svezia e Danimarca. Era il risultato perfetto per promuovere le due squadre scandinave a scapito dell’Italia, ed è assai plausibile che, arrivato il due a due, un tacito accordo si strinse per non farsi del male. È un indizio, probabilmente l’unico nella storia dello sport di squadra nazionale, sul quale continuiamo ad alimentare sospetti come i due sopra elencati, puntualmente destinati a non avverarsi. Ma un indizio, si sa, non prova nulla. Non dimentichiamo poi che in quel caso di diciannove anni fa a estromettere l’Italia dal torneo fu prima di tutto l’aver vinto una sola partita su tre. Non scordiamo neppure che in molti altri casi i risultati altrui ci hanno agevolato.

Lo sport è guardare in casa propria, non dipendere dalle prestazioni degli altri, accettare la sconfitta e rispettare l’avversario. Lo sport è scendere in campo, dare il proprio meglio e fare i conti solo alla fine.

Chiudiamo con una curiosità. Perché “biscotto”? Con ogni probabilità l’espressione deriva dall’ippica e in particolare dal mondo delle scommesse clandestine. Riporta alla poco sana abitudine di nutrire i cavalli, in prossimità della corsa, con una galletta arricchita (o impoverita, se lo scommettitore pasticciere intendeva sfavorirli) con sostanze stimolanti o calmanti. Il biscotto puntava ad alterare il risultato.


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