“Machines against rage”
Abbiamo incontrato Helena Bonaldi, giovane ricercatrice nel campo Natural Language Processing, per ascoltare il racconto della sua esperienza in FBK e approfondire il suo percorso che può essere di ispirazione per chi medita di candidarsi per un dottorato.
Giancarlo Sciascia: Quali tappe ti hanno portato qui e quando hai individuato il tuo ambito di specializzazione?
Helena Bonaldi: Dopo la Laurea triennale in Studi internazionali e la Magistrale in Data Science, ho avuto modo di svolgere in FBK un Tirocinio magistrale per definire la tesi sotto la supervisione di Marco Guerini, a capo dell’unità LAND del Centro FBK Augmented Intelligence. Si è trattato di una specie di pre-dottorato. È durante la magistrale che ho iniziato a interessarmi a questo ambito, grazie a un corso di Computational Linguistics che mi ha appassionato.
GS: Cosa ti piaceva di più e come ti sei messa in gioco?
HB: Mi piaceva procedere per prove ed errori, fare esperimenti, andare a fondo nelle cose, farmi domande, ho trovato quest’attività molto stimolante e così, in modo naturale, quando si è presentata l’opportunità di concorrere per una borsa di dottorato mi sono detta: “Quel che sto facendo mi piace, perché non continuare a farlo?”
GS: A cosa ti sei dedicata nello specifico?
HB: In LAND mi sono occupata principalmente di contrasto all’odio online. In particolare, ho lavorato sull’utilizzo di language models per la generazione automatica di “contronarrative”, cioè risposte ai messaggi di odio che si propongono di fornire un punto di vista alternativo basato su fatti, valori positivi e rispetto reciproco. Si tratta di una strategia alternativa ai metodi di moderazione più diffusi, che invece tendono a rimuovere i contenuti tossici e possono essere percepiti come forme di censura.
GS: Quali strumenti vengono impiegati per condurre questa impresa titanica, non è un po’ come svuotare l’oceano con un cucchiaino?
HB: Se fare cambiare opinione direttamente a chi diffonde contenuti ostili è molto difficile, tuttavia è possibile offrire una lettura più equilibrata ad altri utenti che leggono la conversazione e magari non hanno un’opinione chiara dell’argomento. Inoltre, il nostro obiettivo non è raggiungere una completa automazione, ma fornire dei suggerimenti generati automaticamente che rappresentino un punto di partenza per assistere le persone che – ad esempio dentro le ONG – rispondono manualmente ai contenuti d’odio, puntando a ridurne i tempi di lavorazione.
Inoltre, dopo il dottorato, con il progetto europeo Hatedemics, abbiamo iniziato a occuparci dell’intersezione tra odio e disinformazione. In particolare, abbiamo sviluppato un modello dialogico a scopo educativo per contrastare discorsi che utilizzano la disinformazione per fomentare odio verso alcune minoranze.
GS: Se dovessi consigliare aspiranti dottorandi/e, perché dovrebbero scegliere FBK?
HB: Ci sono almeno tre buone ragioni.
Per prima cosa la reputazione: nel campo della linguistica computazionale, FBK è riconosciuto come un centro di eccellenza in Italia.
In secondo luogo, una cosa da non dare per scontata è l’accesso a gpu utili per fare esperimenti.
Infine, la mentorship è un fattore importantissimo. Può accadere di essere supervisionati o da chi non ti considera affatto oppure da chi ti sta troppo addosso e fa micromanagement. Io sono stata fortunata a trovare una via di mezzo: Marco è stato molto bravo, è un leader positivo, ed è sempre riuscito a trovare il tempo per seguirmi. Non a tutti i dottorandi capita di poter avere un momento di confronto di qualità, serve molto soprattutto all’inizio per non sentirsi persi, anche se sentirsi persi fa parte della ricerca, spaventa, mette in difficoltà e per questo ti dà l’occasione di dare il meglio. Quando sono diventata più indipendente ha lasciato la presa per darmi più libertà.
GS: Quali esperienze hanno segnato il tuo cammino?
HB: L’obbligo di trascorrere un periodo di almeno 3 mesi e fino a 1,5 anni all’estero nel dottorato in informatica IECS è stato, col senno di poi, fondamentale per confrontarsi con persone con esperienze e competenze diverse, oltre che con approcci diversi alla ricerca. Sono molto contenta delle persone incontrate, mi sento fortunata. È stata anche un’occasione per acquisire maggiore indipendenza. Nel nostro mestiere i risultati a volte non sono confortanti e diventa difficile mantenere alta la motivazione. Perciò è fondamentale non arrendersi e cercare di capire perché le cose non vanno come ci aspettavamo, trovando un equilibrio tra gli obiettivi da raggiungere e l’energia impiegata per ottenerli. Il confronto con chi ha più esperienza aiuta, in questi casi, anche a prendere le decisioni più sagge.
GS: Sogni nel cassetto?
HB: A Trento mi sono trovata bene, e dal dottorato in poi ho capito che era il posto dove volevo stare. La vicinanza alla montagna e al lago rende questo luogo unico: non riesco più a immaginare una vita senza avere dei luoghi così belli così a portata di mano. Certo non c’è la vita notturna di Milano, ma qui ho trovato un posto a cui appartenere, dove ho coltivato legami e costruito la mia rete sociale.
Anche a livello lavorativo, costruire una rete è importante. Negli ultimi anni, le occasioni di incontro e scoperta del lavoro che stanno portando avanti le colleghe e i colleghi sono aumentate e migliorate: è importante sapere cos’altro fanno gli altri gruppi attivi in altre unità del nostro Centro o in altri centri in FBK e anche in UNITN. Conoscersi di più – avere dei punti di riferimento, costruire comunità è importante.
So benissimo che nella ricerca è difficile avere certezza del futuro, ma dopo la scadenza del mio contratto, alla fine del prossimo anno, mi piacerebbe restare e proseguire in questo posto e in questo gruppo di lavoro.