Future Built on Knowledge

Artigiani digitali: la rivoluzione green passa da qui

March 27, 2018

Quali sono i lavori sostenibili del futuro? Perché la sostenibilità diventa un obbligo sociale di tutti compreso il mondo delle imprese? Perché le professioni del futuro dovranno integrare competenze tecniche - digitali in primis - e le soft skills con l’attenzione all’ecosistema, patrimonio di tutti da custodire e tramandare a chi verrà dopo di noi?

Ci sono due elementi focali rispetto ai quali il mondo delle imprese e del lavoro si confrontano al giorno d’oggi, due rivoluzioni in corso: quella green e quella digitale (che incrocia tutti i temi “hit” come fabbrica 4.0, big data, …). Come la scuola, la ricerca e in generale la società possono riuscire a tenere insieme questi due elementi? Se ne è parlato a Green Week lo scorso sabato 17 marzo assieme al presidente di FBK, Francesco Profumo, a Stefano Micelli, economista, docente di Economia e Gestione delle Imprese dell’Università Ca’ Foscari, e a Salvatore Majorana, direttore scientifico Kilometro Rosso, con la moderazione di Filiberto Zovico, fondatore di Italy Post.

Secondo Stefano Micelli autore del celebre libro Futuro Artigiano, “guru” per le piccole e medie imprese, la risposta è nell’essenza stessa del made in Italy, che, per esistere ed essere competitivo oggi, deve necessariamente tingersi di verde.
“I veri campioni del made in Italy oggi sono quelle imprese artigiane – magari oggi cresciute e che pur fatturando 35 milioni di euro si considerano tali, come la Kask di Bergamo – che riescono a integrare la tecnologia con la sostenibilità del processo produttivo. Questo non avviene solo per le imprese più vocate all’innovazione come ad esempio l’automotive, ma anche nel food, nell’edilizia, nella moda, nell’arredo, nel legno e più in generale in tutti i settori di punta del made in Italy. Il tema in particolare è come acceleriamo verso questo percorso le tante aziende che in passato hanno avuto problemi con la sostenibilità, in particolare la manifattura italiana”.

I modelli vincenti, secondo Micelli quindi, sono le imprese artigiane 4.0 che riescono a coniugare made in Italy e innovazione green. Gli esempi? Pannelli da coibentazione integrati con sensori per rendere competitiva l’edilizia, motori elettrici prodotti dai tanti artigiani tradizionalmente votati alla componentistica di alta gamma per il settore auto e infine un leader mondiale nell’imbottigliamento del latte –  ora caso di eccellenza nell’esportazione di macchinari per impianti di raccolta del latte a km O – che punta a sviluppare un’idea di cibo sostenibile nel mondo.
Dai settori più tradizionali alle imprese più avanzate la formula è una sola: incrociare sostenibilità e digitale 4.0 per crescere in competitività e internazionalizzazione.

Tutto questo deve essere supportato da una forte e nuova formazione tecnica che porti i nuovi ‘artigiani digitali’ a essere la risposta alla domanda delle aziende che vogliono guidare queste due co-rivoluzioni. I nuovi ‘green high e high tech jobs’ avranno un ulteriore vantaggio: la manifattura di qualità tende a pagare e a stabilizzare questi lavori di qualità.

Riscoprirsi artigiani è una diretta conseguenza rispetto al nostro modello paese, per via della nostra necessità di essere sostenibili. – ha proseguito Salvatore Majorana – Siamo solo pochi milioni di persone nel confronto con le economie globali e non potremmo mai competere con colossi come la Cina”. E siccome i volumi non sono dalla nostra parte, dobbiamo necessariamente investire in qualità: “Due sono le password quando parliamo di lavori sostenibili del futuro: innovazione e sistema. Il sistema deve rivoluzionare il modo di fare prodotti e processi: ad esempio la macchina elettrica non può prescindere dal pensare che le batterie debbano essere green. La ricerca invece deve spingere moltissimo sul fatto che tutta la filiera lo diventi” ha concluso Majorana.
Kilometro Rosso punta molto sulla formazione di figure tecniche che dovranno essere inserite nella nuove aziende e che possono specializzarsi in uno spazio ‘misto’ fra ricerca, formazione e impresa. L’idea è quella di creare una cerniera di connessione fra questi tre mondi in modo che i lavori del futuro siano perfettamente rispondenti all’idea di innovazione e alle richieste del nuovo mercato del lavoro.

“Per essere pronti a una sfida come quella dettata dalla rivoluzione duplice, green e digitale, l’imperativo è quello di puntare sui giovani e sul tempo di qualità dedicato alla loro educazione – ha proseguito poi il presidente di FBK,  Francesco Profumo  I progetti di educazione devono guardare a vent’anni, superare le alternanze politiche e puntare a un patto che tenga una linea per dare una risposta concreta ai giovani e alle imprese”.

E sul versante nuove professioni cosa accadrà? Ci sarà bisogno di una scolarità più elevata, di laureati e tecnici specializzati. Solo il 10% dei lavori attuali saranno incrementati in termini numerici e sono solo tre sono i settori attuali che cresceranno, in primis quelli dei servizi alle persone. Circa il 20% dei lavori attuali diminuiranno in maniera significativa e su un restante 70% non abbiamo di fatto certezze.

La modalità del “silos dei saperi” con cui siamo cresciuti quindi non rappresenta più una risposta efficace in termini di fluidità e adattamento: “Quello che serve è una mescolanza di saperi: solo da qui nasce la creatività. Abbiamo bisogno che il cervello dei nuovi ‘artigiani digitali’ venga stimolato al momento giusto e bisogna partire molto presto, perché si tratta di un percorso lungo” ha affermato Profumo, che già ai tempi del suo rettorato al Politecnico di Torino, proprio su richiesta degli stessi studenti, aveva deciso di inserire alcuni insegnamenti umanistici anche in facoltà scientifiche e tecniche come Ingegneria.

E quale il ruolo della ricerca in questo nuovo panorama? “La ricerca, se vive nelle proprie mura, rischia di essere poco incisiva – ha concluso Profumo – deve aprirsi e farsi contaminare. Inoltre, una buona fetta dei suoi risultati deve essere trasformata in sviluppo, come sostiene di fatto anche l’European Research Council che a partire dal nono programma quadro, al fianco dei ricercatori inserirà la figura degli innovatori”.

L’Europa, da questo punto di vista, rappresenta un unicum per Micelli: “E’ l’unica area che ha lanciato il tema dell’innovazione sociale: nessun altro nel mondo lo sta facendo ed è il fattore che può davvero fare la grande differenza rispetto agli altri” (sima).

Interviste VIDEO a cura di Alessandro Girardi.


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