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Conclusioni: pomodori a 99 centesimi

maggio 31, 2018

Fine percorso per la RUBRICA “Il governo europeo della migrazione” curata da Osvaldo Costantini, associate researcher presso il Centro per le Scienze Religiose di FBK. Co-autrice di questo articolo: Daniela Galiè

Le storie contenute in questa rubrica descrivono una gamma di fenomeni che riguardano il diritto confinario, i rapporti geopolitici tra gli Stati, le regole economiche che strutturano il rapporto tra Nord e Sud, sino alle specifiche elaborazioni culturali alla base delle categorie con le quali si interpretano e classificano i fenomeni migratori. La maggior parte di questi aspetti avrebbe bisogno di una riflessione che esula dalla volontà, talvolta dalle competenze, e soprattutto dallo spazio a disposizione di chi scrive. Tuttavia, gli aspetti definiti dall’approccio hotspot e dalla più specifica dottrina confinaria europea e globale, abbisognano di un inquadramento in grado di creare una connessione analitica con le più ampie questioni sociali e politiche del nostro tempo. Non si tratta di una postura a tutti i costi “critica” nei confronti di un potere occidentale, visto sempre come oppressivo, ma della risultante degli input forniti dai nostri interlocutori: i migranti e le migranti costantemente chiedono conto, più o meno direttamente, spesso attraverso le loro azioni, di un sistema globale dove le merci, i capitali ed alcuni gruppi di persone possono travalicare i confini a proprio piacimento, mentre una grossa fetta dell’umanità non solo non accede alla stessa libertà di movimento, ma è costantemente criminalizzata qualora ci provi. In termini più complessi: le loro azioni, la loro volontà di desiderare un futuro migliore, la loro ostinazione a emergere dalle zone per loro predisposte dall’attuale ordine sociale globale esprimono il conflitto tra la volontà e la necessità di movimento e il concetto “europeo” di frontiera e libertà di circolazione. Di fatto, le prassi di resistenza ai regolamenti sulle migrazioni, hanno subito una battuta d’arresto, là dove le pratiche di controllo, in continua definizione e sofisticazione, hanno determinato la fisionomia del confine e del suo territorio circostante. Non esula infatti dall’analisi culturale il cambiamento profondo, notato da Giuseppe Campesi (Polizia della frontiera. Frontex e lo spazio confinario europeo, Derive&Approdi, 2015), della difesa militare del confine, un tempo utile a difendere uno spazio di sovranità interno contro l’attacco di altre forze militari, oggi sempre più strumento di difesa dall’esterno contro fenomeni non militari, come appunto le migrazioni. Allo stesso modo appartiene all’analisi delle logiche culturali la gerarchizzazione del valore delle vite umane, sulla base di una semplice costruzione del confine simbolico tra “noi” e “loro”: la linea da attraversare, ha scritto Didier Fassin, per far si che la propria vita da sacrificabile diventa sacra, è sempre più somigliante ad un macabro percorso ad ostacoli. Se fino all’estate 2017 l’aiuto europeo si materializzava in uno “spettacolo del confine” limitato alla pratica dei“salvataggio delle vite umane”, attraverso le navi delle ONG e della Marina Militare Italiana, che sorvegliavano il mediterraneo centrale nelle cosiddette operazione di Search and Rescue, con gli accordi tra Italia e Libia dell’estate 2017 il piano materiale e quello simbolico cambiano in maniera radicale. Nella prima fase, l’umanitario dispiegava il suo potere ambiguo di “salvare vite”, ed allo stesso tempo inserire le persone in spazi confinati e sorvegliati, con gli Accordi lo stesso “salvare vite” viene messo in discussione e criminalizzato: le ONG accusate di collusione con “i trafficanti” o “gli scafisti”, con cariche importanti della magistratura che si lanciano in dichiarazioni pubbliche senza neanche aver aperto procedimenti ufficiali; una retorica mainstream che rende accettabile che richiedenti asilo possano essere catturati in mare dalla guardia costiera libica e riportati in un paese dove si è ristabilita la compravendita degli schiavi, dove le persone sono sottoposte ad ogni tipo di tortura e sfruttamento, dove anche le carceri istituzionali sono conosciute per la violenza e l’efferatezza dei trattamenti. Alla base di questa accettabilità non vi può non essere letta una costruzione forte del confine simbolico tra “noi” e “loro”, dove le vite “loro” valgono meno delle nostre: affogati in mare, sfruttati, picchiati, uccisi…poco importa agli occhi di una opinione pubblica che fa della supremazia della razza bianca un implicito fattore di distinzione tra ciò che è lecito ed accettabile e ciò che non lo è. Con un costante spostamento dell’asticella dell’accettabile un po’ più su… anzi, un po’ più giù.

La volontà di governare il fenomeno migratorio secondo le leggi dell’utilità e, in ultima analisi, del mercato del lavoro, si dispiega e si riflette anche nella modalità di gestione dei migranti sul territorio europeo. In questa area, vanno anzitutto analizzate le costruzioni storico-politiche delle categorie con le quali si classificano gli esseri umani in eccesso, onde mettere in atto un governo dei corpi repressivo e fondato sull’utilità (ci torniamo tra poco): extracomunitari, clandestini, irregolaroi e oggi la distinzione tra “migranti economici” e “richiedenti asilo”, che sul piano fenomenologico, come ormai ampiamente esplorato dalle scienze sociali, non trova giustificazione alcuna. La distinzione bicategoriale esprime soltanto una cieca volontà di mettere in atto un preciso governo dei corpi: all’entrata in Europa un determinato set di pratiche e attori sociali dispiega una attività di giudizio, ai limiti di quello che Foucault definiva il “grottesco amministrativo”, riservando a singoli funzionari un potere di vita o di morte sui soggetti in entrata: accettabile o da rimandare indietro, perché “migrante economico”. Allo stesso modo, però, coloro che vengono accettati devono sottostare ad una rigida compartimentazione dell’accesso alla mobilità: relegati nei centri di accoglienza dei paesi meridionali, la loro dimensione spazio-temporale risulta decisamente eterodiretta. Qualunque tentativo di autodeterminarsi, come abbiamo visto nei casi delle deportazioni, e attraversare i confini mettono capo ad azioni di contrasto ai limiti ed oltre dello stesso apparato giuridico euroepo.

Quel che infatti osserviamo lungo il percorso che va dalla struttura Hotspot di Taranto, e in generale dalle 4 località meridionali, adibite alla ricezione e identificazione dei migranti in Italia (Pozzallo, Lampedusa e Trapani) fino alla frontiera francese, è una parte di un percorso difficoltoso che inizia dai confini esterni dell’area Schengen e continua in Europa in un atmosfera di violenza diversa solo per grado ma non per natura.

In pieno rigore con il piano, più volte menzionato, di “alleggerimento delle frontiere interne” e di contenimento e inibizione dei cosiddetti “spostamenti secondari”, hanno preso corpo negli ultimi anni, numerosi tentativi da parte istituzionale di controllare il transito dalle città di confine. Ventimiglia, ad esempio, in quanto città di transito per eccellenza, ne rappresenta tuttora il campo d’applicazione preferenziale, nonostante l’attenzione mediatica, in concomitanza con le disposizioni dei trasferimenti forzati e di sicurezza urbana e frontaliera, sia andata gradualmente scemando.

Nelle fasi in cui la località ligure si mostrava come il contenitore principale del meccanismo di respingimento governativo dei migranti dalla Francia e di stanzialità temporanea dei soggetti in transito, si sono susseguiti sgomberi, rastrellamenti, arresti e operazioni “persuasive” per allontanare i migranti dalle zone residenziali e centrali della città.

Ventimiglia ha rappresentato un punto d’osservazione fondamentale per comprendere il mutamento del governo delle migrazioni in Europa, così come delle politiche nazionali di gestione del fenomeno dei transitanti. In una fase storica che vede aprirsi nuovi scenari politici e nuovi fronti di governo, su scala nazionale quanto internazionale, il tema del confine verrà chiamato in causa ancora una volta, per riproporsi, con nuove formule, come strategia di contenimento, consolidando un ordine del discorso “differenziante” che vuole come risultato principale l’affermazione di una retorica della selezione e dello smistamento velocizzato.

Abbiamo osservato, nel corso del tempo, come la gestione dei flussi migratori non segua un percorso lineare o una rappresentazione fenomenologica statica, come la costruzione di muri, il dispiegamento di forze dell’ordine e le procedure di respingimento. L’ossessione delle migrazioni ha molto spesso a che fare con la necessità di selezionare i flussi in ragione delle necessità (per lo più politiche, economiche e sociali) dei contesti di destinazione. L’attività di selezione segue molteplici traiettorie, ed è prodotta grazie ad un articolato insieme formule giuridiche e retoriche.

La restrizione della mobilità, la negazione di un sistema dignitoso d’accoglienza e il processo di differenziazione in atto nell’accesso allo spazio europeo sono manifestazioni di un laboratorio governamentale, così come i tentativi di neutralizzazione politica e criminalizzazione delle forme di solidarietà sono il risultato immediato dell’assestamento di agende governative di stampo securitario.

A ciò è da aggiungere la modalità di esternalizzazione e l’estensione delle frontiere fisiche, punto saliente degli accordi stipulati tra paesi di transito e di destinazione. Essi hanno, infatti, determinato la creazione di un sistema di differenziazione della popolazione mondiale nell’accesso alla mobilità geografica, allo scopo di filtrare la manodopera in entrata.

I migranti “bloccati” in Italia, infatti, rappresentano un bacino di manodopera per il nord-Europa, auto ed eteroproclamato territorio di integrazione e accoglienza.  Nel nostro pase, con status precari e l’incertezza sull’ottenimento dei documenti i migranti e le migranti cadono, come abbiamo visto nelle ultime due storie di questa rubrica, vittime di un sistema che produce vulnerabilità: il mercato del lavoro agricolo, edile o di assistenza (nel migliore dei casi) e quello della prostituzione fagocitano questa umanità che non può reclamare diritti. Essi si inseriscono in quelle fasce del sistema troppo spesso chiamate “marginali”, ma che rappresentano a nostro avviso il centro del sistema economico attuale basato sull’iperproduzione e lo sfruttamento. La loro marginalità sociale e giuridica è ciò che caratterizza la loro “centralità economica”: per capirlo basta entrare in un supermercato di una grande catena e guardare i pomodori in offerta a 0,99 centesimi al chilo.


Daniela Galiè è componente del progetto Esc-Infomigrante dell’associazione Esc-Inforights.


La RUBRICA “Il governo europeo della migrazione” è a cura di OSVALDO COSTANTINI, associate researcher presso il Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler, impegnato nelle linee di ricerca sugli stili di vita e i conflitti. Nell’ambito di questo interesse si muove a cavallo tra le pubblicazioni scientifiche e gli interventi pubblici sulla stampa, soprattutto in relazione a quegli aspetti delle migrazioni maggiormente legati agli immaginari, ai desideri, e alle connesse frustrazioni e disillusioni che muovono le azioni di questi nuovi “dannati della terra”.

GLI ARTICOLI PRECEDENTI:

Il governo europeo della migrazione
Emisfero Hotspot
Le Alpi Marittime
Frontiere terrene, mondi extraterreni
Ventimiglia tra accoglienza ufficiale e percorsi informali
Storie di marginalità (indotta)
Dall’hotspot alla strada. Storia di due donne comoriane


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