FBK-ISIG è oggi tra i principali centri di ricerca storica in Italia
Massimo Rospocher, alla guida dell'Istituto Storico Italo-Germanico della Fondazione Bruno Kessler dal febbraio 2023, ha ricevuto la conferma del mandato di Direttore per i prossimi tre anni. Gli abbiamo fatto alcune domande per ripercorrere questo periodo e sapere quali saranno i progetti futuri
Direttore, ci può fare un bilancio su quanto realizzato finora alla guida dell’Istituto?
L’Istituto è cresciuto in modo significativo in questo triennio e si colloca oggi tra i principali centri di ricerca storica in Italia. Alcuni indicatori mi paiono emblematici del posizionamento raggiunto. Un numero sempre crescente di studiosi internazionali sceglie ISIG come sede per le Marie Skłodowska-Curie Actions, la più prestigiosa fellowship post-dottorale europea: è un segnale di riconoscimento che ci colloca stabilmente nel panorama scientifico europeo. Ospitiamo inoltre due grandi progetti finanziati dal Fondo Italiano della Scienza (FIS): BlackItaly, che indaga il coinvolgimento dell’Italia nella schiavitù atlantica – una storia a lungo rimossa nella memoria del nostro paese –, e TRAVEL, dedicato alla mobilità in età moderna, che si avvierà a breve. A questi si aggiunge la partecipazione a progetti europei finanziati dallo European Research Council (ERC) e l’attivazione di percorsi di dottorato con diversi atenei italiani, in linea con la politica di attenzione di FBK per l’attrazione di giovani talenti.
L’obiettivo iniziale era quello di consolidare ISIG come un centro di ricerca radicato nel territorio, fedele alla sua vocazione originale di “stazione di posta” tra cultura italiana e germanica, ma con una sempre più marcata apertura internazionale. Credo che ci siamo riusciti. Del resto, non si fa buona ricerca storica restando chiusi entro confini troppo stretti.
Guardando avanti, qual è il progetto per FBK-ISIG nei prossimi tre anni?
Coniugare tradizione e innovazione. La ricerca continuerà a svilupparsi nelle nostre cinque aree di ricerca strategiche – Ambiente, Media e Comunicazione, Mobilità, Politica e Società, Public & Digital History – ma alcune acquisteranno maggiore centralità alla luce delle urgenze del presente. Penso alla storia dell’ambiente, con lo studio in prospettiva storica dell’ecosistema delle Alpi tra età moderna e contemporanea, oppure al tema della mobilità di uomini, beni e idee, per cui abbiamo attivato una collaborazione con l’Università di Padova.
Ma la sfida più nuova riguarda l’intelligenza artificiale generativa. Il suo impatto, dirompente e per certi versi imprevisto, non può essere ignorato dagli storici. Con il ciclo di seminari internazionali “AI and History” abbiamo iniziato a esplorare cosa significhi fare ricerca storica nell’era degli algoritmi: dalle nuove possibilità di analisi delle fonti ai rischi di manipolazione del passato, dalla trasformazione delle professionalità in ambito umanistico alle questioni epistemologiche che l’IA solleva. È un terreno su cui gli storici hanno molto da dire, perché siamo abituati a interrogare criticamente le fonti e a storicizzare le grandi svolte tecnologiche.
L’Istituto storico della FBK ha una lunga tradizione di iniziative ed eventi dedicati non solo agli specialisti ma anche agli appassionati e, in generale, alla cittadinanza. Un luogo, insomma, in cui si fanno molti incontri a porte aperte sulla ricerca storica, anche con l’utilizzo di linguaggi diversi. Si proseguirà su questa linea?
Senz’altro. Libri, cinema, digitale: sono molti i linguaggi e gli strumenti attraverso cui raccontiamo e interroghiamo il passato. L’Istituto vuole essere un luogo di dialogo tra ricerca e società, aperto a chiunque desideri avvicinarsi alla storia con curiosità e spirito critico.
Nel 2026 confermiamo cinque cicli di appuntamenti: “Storie in costruzione. Nuovi orizzonti della storia contemporanea” e “Tavola ovale di storia moderna“, seminari specialistici dedicati alle frontiere più recenti nell’ambito della storiografia; “AI and History“ sull’uso dell’AI nell’ambito della disciplina storica, tra opportunità, strumenti e allucinazioni; “Il libro del mese” dedicato alla presentazione di libri di argomento storico destinati a un pubblico generalista e che affrontano temi di attualità; e infine il ciclo di proiezioni “La strana coppia“, che mette in dialogo cinema e storia. Alterniamo l’alta specializzazione della ricerca internazionale e incontri aperti alla comunità locale, perché la ricerca ha senso solo se sa restituire qualcosa al territorio.
In generale, in un mondo in cui gli scenari appaiono sempre più in rapida mutazione, c’è una responsabilità maggiore, o diversa, a cui è chiamato chi si occupa di storia?
In momenti di crisi, disorientamento o di cambiamento radicale – penso ai mutamenti nell’ordine mondiale, alla rivoluzione digitale – agli storici viene spesso chiesto di prevedere il futuro. Ma non siamo oracoli. La storia non si ripete mai in modo identico, e chi cerca nel passato risposte facili o rassicuranti rischia di restare deluso.
La nostra responsabilità è un’altra: collocare ciò che accade in una prospettiva più ampia, smontare retoriche, mostrare che fenomeni apparentemente inediti hanno spesso precedenti da cui imparare. Uno dei maggiori storici del secolo scorso, Marc Bloch, lo ha detto in modo definitivo nell’Apologia della Storia, scritta tra il 1941 e il 1943: “L’incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall’ignoranza del passato”. Gli storici non offrono profezie, ma strumenti per orientarsi e mettere in discussione il proprio tempo.
Qual è il valore aggiunto di lavorare in un contesto come quello della Fondazione Bruno Kessler, costituito sia da centri che si occupano di scienze umane e sociali sia da centri di ricerca scientifico-tecnologica?
Tre anni fa, all’inizio del mio mandato, avrei risposto parlando di potenzialità. Oggi posso parlare di risultati concreti. Il nuovo Piano di Mandato della Fondazione ha collocato ISIG all’interno della macroarea “AI x Society”, accanto a centri come Digital Society, Augmented Intelligence e Cybersecurity. Non è una scelta casuale: riconosce che le scienze umane non sono un complemento ornamentale della ricerca tecnologica, ma una componente essenziale per affrontare le sfide della trasformazione digitale.
Dovermi confrontare quotidianamente con colleghi che costruiscono algoritmi, sensori, modelli predittivi – e spiegare loro perché studiare il Cinquecento o la schiavitù atlantica sia altrettanto urgente – è un esercizio salutare: ti costringe a non dare nulla per scontato, a riformulare continuamente le ragioni del tuo lavoro. Se non sai spiegare a cosa serve la storia, forse non lo sai nemmeno tu.