Tra etica e genetica passando per l’AI
Intervista con il dottorando FBK-ISR Tommaso Ropelato per scoprire il suo percorso di ricerca, nato fra domande che si aprivano una dentro l’altra come in una matrioska, e conoscere la sua visione sulla comunicazione della scienza, intesa come parte integrante delle responsabilità
La tua ricerca di dottorato riguarda l’ambito della bioetica. In particolare, quali aspetti stai indagando attraverso i tuoi studi?
I miei interessi si collocano all’intersezione tra etica e genetica, con un focus specifico sui test genetici. Se da un lato essi abilitano una medicina sempre più precisa, personalizzata e predittiva, dall’altro generano una forma di conoscenza che costringe il soggetto a ridefinire la propria identità, la gestione dell’incertezza e il peso delle proprie responsabilità. In ambito riproduttivo questo intreccio si fa radicale, perché si misura direttamente con la libertà procreativa e il dovere morale verso un individuo che ancora non è nato.
Queste ricerche mi hanno condotto alla domanda filosofica al centro della mia tesi: che cosa significa, propriamente, essere autonomi in ambito medico? È un interrogativo antico quanto la relazione di cura, che oggi la tecnica rende solo più urgente. Lo affronto anzitutto in chiave storico-genealogica, ricostruendo come, dal paternalismo ippocratico alla bioetica contemporanea, si sia affermato il consenso informato. L’obiettivo è distinguere il diritto formale di scegliere dalle condizioni che permettono di maturare una scelta.
Su queste condizioni sviluppo il confronto con alcune prospettive dell’etica cattolica, ebraica e islamica, spesso presentate come inconciliabili, all’atto pratico, con la bioetica laica. A dividerle, però, è anche il modo di concepire chi decide: il ruolo dei legami e della comunità, il rapporto tra doveri e libertà, la continuità delle scelte con la propria storia. Seguendo un’intuizione di Habermas, credo che le tradizioni religiose custodiscano risorse morali da rendere disponibili anche al confronto secolare. Esplorarle può aiutarci a tornare alle tecnologie con uno sguardo più critico sulla complessità dell’autonomia: come cambiano le nostre possibilità di comprendere, scegliere e rispondere delle nostre decisioni?
Ti occupi anche di utilizzo dell’intelligenza artificiale in medicina. Da quale prospettiva?
Studio i rischi e le opportunità legati all’intelligenza artificiale quando media la relazione clinica. In un lavoro sui chatbot nella consulenza genetica ho mostrato che questa mediazione non è mai neutrale: presentare una scelta riproduttiva come la conseguenza ovvia di una probabilità introduce un giudizio nascosto, che il paziente deve poter vedere e discutere.
Un secondo filone riguarda il fine vita. Ho discusso, ad esempio, una recente proposta di usare algoritmi predittivi per ricostruire le disposizioni di cura di chi non può più esprimersi: prevedere una preferenza statistica, però, non equivale a rispettare una volontà morale. Più feconda mi sembra la strada della simulazione: finché la persona ha capacità deliberativa, l’IA può aiutarla a esplorare scenari complessi, chiarire i propri dubbi e formulare disposizioni anticipate davvero consapevoli, sollecitandone l’immaginazione morale invece di sostituirla.
Infine, mi occupo di una frontiera ancora poco esplorata dal dibattito: l’obiezione di coscienza applicata all’IA. Una macchina non possiede un’integrità morale da proteggere e non può “obiettare”, specie quando, come è stato ipotizzato, dovesse partecipare a pratiche sensibili come l’aborto o il suicidio assistito. Questo non significa, d’altra parte, che essa debba eseguire qualsiasi richiesta, riducendosi a un mero “service provider”. Un sistema clinico deve poter rifiutare un comando se ci sono precise ragioni legate alla cura del paziente, a patto di saper riconoscere quando queste si applicano e di rispondere in modo proporzionato. Quel rifiuto giustificato serve a tutelare gli standard della medicina e non può mai essere strumentalizzato per imporre le convinzioni di chi sviluppa o implementa lo strumento: in quel caso, si tratterebbe solo di un tentativo di far rientrare dalla porta di servizio la vera e propria obiezione umana.
Da cosa deriva l’interesse per queste tematiche e quale è stato il percorso che ti ha portato verso il mondo della ricerca?
Tutto è cominciato con l’editing genetico durante la laurea magistrale in filosofia a Trento, a cui ho dedicato una tesi sul potenziamento umano. Da quel nucleo le domande si aprivano una dentro l’altra, come in una matrioska: che cosa possiamo modificare? Dove finisce la cura e dove comincia il potenziamento? E che cosa diventa la nostra libertà quando possiamo intervenire sulle caratteristiche biologiche con cui inizierà la vita di qualcun altro?
Sempre durante il percorso della magistrale, il tirocinio al CIBIO (il Centro di Biologia Integrata dell’Università di Trento) mi ha portato per la prima volta a stretto contatto con la ricerca sul campo, calando quelle domande teoriche nella concretezza del lavoro di laboratorio. Intervistavo i ricercatori sul rapporto tra scienza e bioetica, e spesso ci accorgevamo che i miei «perché» filosofici non coincidevano con i loro interrogativi tecnici. Quella distanza mi ha insegnato molto: la filosofia deve conoscere da vicino le pratiche scientifiche che interroga, ma senza mai rinunciare alla libertà di discuterne gli scopi.
Con il dottorato a Torino e il lavoro in FBK a Trento ho allargato la ricerca al confronto con le tradizioni religiose, mentre i soggiorni di ricerca all’estero, a Madrid e ad Anversa, hanno moltiplicato i punti di vista. La domanda di fondo, però, è rimasta la stessa: come cambia ciò che possiamo fare, e ciò che pensiamo di essere, quando cambiano le tecnologie con cui ci comprendiamo e prendiamo decisioni?
Qual è il valore aggiunto di poter condurre il tuo lavoro al Centro per le Scienze Religiose della FBK?
Lavorare al Centro permette di studiare le religioni in modo davvero interdisciplinare: non come blocchi monolitici di posizioni da catalogare, ma come complesse tradizioni di pensiero ed esperienze storiche. Per la bioetica questo approccio è decisivo. Una prospettiva religiosa definisce l’orizzonte dei valori entro cui un soggetto interpreta la propria vulnerabilità, intende i propri doveri e riconosce l’autorità di chi lo orienta.
A questo si aggiunge il valore della linea di ricerca in bioetica in senso stretto che Lucia Galvagni coordina all’interno del Centro, che ha il merito di connettere il dibattito internazionale con le eccellenze accademiche del territorio: dal CIBIO al dipartimento di filosofia, dal gruppo di Biodiritto presso il dipartimento di giurisprudenza, fino agli altri centri di FBK dediti all’innovazione tecnologica, come Digital Health & Wellbeing. Questo intreccio crea un ecosistema in cui le domande cambiano forma a contatto con sguardi diversi.
Infine, la specificità di una istituzione come FBK risiede nell’ampio margine di libertà intellettuale e progettuale che concede. Per chi si trova nelle prime fasi del percorso di ricerca, questa apertura si traduce in una forte responsabilità, ma offre al contempo l’opportunità straordinaria di mettersi in gioco sin da subito.
Oltre alle attività di ricerca, hai contribuito a iniziative sulla prevenzione oncologica in qualità di Horizon Europe Young Ambassador, hai fondato la rivista Prismag, dedicata a innovazione, cultura e società, il blog AlterThink, premiato dal Corriere della Sera, e hai collaborato con il quotidiano L’Adige. Qual è l’importanza di comunicare la scienza anche al di fuori dell’ambito accademico?
La disseminazione e la comunicazione pubblica sono per me una parte integrante, e non accessoria, della responsabilità del ricercatore. Come Horizon Europe Young Ambassador ho contribuito a un podcast in dieci episodi sulla malattia oncologica, dialogando con esperti dell’Istituto Europeo di Oncologia, di AIRC e della Fondazione Umberto Veronesi. Accanto ai progressi scientifici, abbiamo affrontato le dimensioni psicologiche, sociali ed economiche del cancro: temi che toccano l’esistenza di molti di noi e di cui spesso si fatica a parlare senza tabù. Progettare quel percorso significava capire quali domande aiutassero davvero ad avvicinarsi a un vissuto così complesso.
È un esercizio di traduzione che ho ritrovato e coltivato con AlterThink, Prismag e la collaborazione con L’Adige. Chi scrive per specialisti può contare su un lessico e su riferimenti condivisi; chi si rivolge a un pubblico non accademico deve prima spiegare perché un interrogativo conti, e solo dopo proporre una risposta.
Per questo la divulgazione è anche un formidabile banco di prova per la ricerca stessa. Trovare parole universali senza sacrificare il rigore di una distinzione concettuale è spesso più difficile che usare un termine tecnico. Inoltre, le domande di chi osserva la scienza da altre esperienze mettono in crisi ciò che si dà per scontato, aiutando lo stesso ricercatore a comprendere meglio la portata delle proprie tesi e le ragioni per cui vale la pena sostenerle.
Biografia
Tommaso Ropelato è dottorando in Studi Religiosi (DREST) presso l’Università di Torino e svolge le sue ricerche al Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler di Trento. Laureato in Filosofia all’Università di Trento, si occupa di consenso informato, bioetiche religiose ed etica delle tecnologie genetiche, riproduttive e dell’intelligenza artificiale. Già visiting student all’Università Complutense di Madrid, sta attualmente svolgendo un periodo di ricerca al Centre for Ethics dell’Università di Anversa. È stato Horizon Europe Young Ambassador nel 2022, ha collaborato con il quotidiano L’Adige, ed è fondatore del blog AlterThink (premiato dal Corriere della Sera nel 2021) e cofondatore di Prismag. È appassionato di musica e cucina.